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20.11.15

Hunger Games - Il canto della rivolta parte 2 (Hunger Games: The Mockingjay part II, 2015)
di Francis Lawrence

Si chiude all’altezza di come era partito Hunger Games, la saga più importante di questi anni, l’unica in grado di avere una propria visione completamente originale della fantascienza (che è frutto dell’assemblamento di altri generi ma dà origine ad un risultato inedito), una propria idea di pubblico completamente diversa dagli altri e infine l’unica capace di parlare delle questioni irrisolte della modernità.
La storia di come Katniss Everdeen, offrendosi come vittima sacrificale al posto della sorella, sia diventata suo malgrado un oggetto mediatico, un corpo ben voluto dal pubblico e quindi sfruttato dal regime che la opprime, di come abbia deciso di lottare contro di esso per la propria autonomia e si sia quindi trovata dalla parte dei ribelli per scoprire che questi non sono migliori ma ugualmente interessati alla sua immagine, incrocia il nuovo tipo di guerre del nostro mondo (che dà grande importanza ai media) alle spinte di autonomia del genere femminile nella più strana e insolita delle eroine, nella più negativa e scontrosa delle protagoniste. Solo grazie a Jennifer Lawrence e alla sua incredibile capacità di creare empatia il continuo broncio e la continua insoddisfazione della protagonista non sfociano nell’antipatia.

Il secondo e il terzo film (che adattavano il secondo libro e parte del terzo) non avevano brillato per capacità di rendere le idee più forti della storia o di crearne nuove, non almeno quando il calcio di partenza dato da Gary Ross (inarrivabile per maestria registica ed equilibrio tra azione ed emozione). Francis Lawrence però in quest’ultimo film, complice anche la fisiologica esaltazione da gran finale, sfodera il meglio e consegna un capitolo conclusivo appassionante e pregnante, pieno di eventi e azione ma anche ben concentrato su quel che conta.
La ribellione sta avanzando e Katniss è il simbolo della sua propaganda, Peeta ha subito il lavaggio del cervello e Gale è ormai un soldato fatto. Katniss come sempre ha idee sue, obiettivi suoi e vive malissimo il fatto di essere strumento di un bene superiore deciso da altri.

Il canto della rivolta parte II insiste ancora più dei precedenti con la totale de-ideologizzazione. Ripecchiando perfettamente un’era e un mondo in cui i grandi ideali politici sono tramontati e l’attivismo non è più la forza trainante del pubblico giovanile come una volta, Katniss è contro il regime e contro i ribelli, il cui leader in un momento molto esplicito sovrappone il suo messaggio di propaganda a quello del presidente. Non c’è partito in cui la protagonista si identifichi o del quale fidarsi, in Hunger Games qualsiasi aggregazione per un ideale e qualsiasi catena di comando è una macchina che sfrutta le immagini e quindi gli esseri umani.

Katniss combatte con l’arco e le frecce ma soprattutto con l’immagine che dà di sè. Nella chiusa (molto simile a quella del Batman di Nolan per rifiuto della “gloria” dell’eroe) è ancora più evidente quanto l’idea che le persone hanno di lei non abbia niente a che vedere con quel che è realmente. Perché tutto Hunger Games racconta l’illusoria fallacità delle immagini, la menzogna inevitabile che è legata al video (le volte che viene dichiarata morta, la maniera in cui ogni suo video è manipolato e non rispecchia mai la realtà).
Perfettamente padrona del proprio corpo come le femministe di una volta e capace di sfruttarlo a suo vantaggio come le femministe moderne, quello di Jennifer Lawrence (ancora una volta l’attrice migliore possibile tra quelle della sua generazione, l’unica con un ventaglio espressivo profondo anche in una storia semplice come questa) è un modello di donna non “forte” ma autonoma in una storia che ribalta tutto, una in cui è Peeta, l’uomo, è la damigella in pericolo, sempre da salvare, e Katniss il motore dinamico ed emotivo di tutto.

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