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13.2.16

I milionari (2016)
di Alessandro Piva

Che il crimine sia ad oggi, in Italia la maniera in cui cinema e televisione hanno scelto e continuano a scegliere di raccontare il passato recente del paese è un dato di fatto. I milionari però non leva e non mette nulla, non aggiunge né leva nulla al racconto di ciò che è accaduto al nostro paese negli anni in cui era attivo il criminale ritratto, semmai vuole essere un prodotto derivativo, cioè imbevuto delle soluzioni e delle novità create dai suoi simili più illustri. Poteva insomma essere un buon film di genere, sulla strada sporca di Gomorra (la serie), meno definitivo nel suo imporsi all’attenzione generale, eppure molto godurioso, appassionante e magari capace di usare quelle soluzioni per dire qualcosa di proprio. Invece non è così.

I milionari del film neanche a dirlo sono i mafiosi, è lo stile di vita che conducono ad essere il centro e ciò che devono fare (o davanti a cui devono chiudere un occhio nel caso delle loro donne) per continuare a vivere in quella maniera. Dentro e fuori dalla galera, tra omicidi e pestaggi, droga e passaggi di mano, il mondo criminale del film non ha vita. Non se ne sente né il brivido, né la paura, la tensione o lo schifo. Non sì prova né quel senso di eccitazione dato dal continuo confinare con la morte (che sì trova sempre nei film americani) né la vertigine del senso di “potere” (tipico del nostro cinema criminale contemporaneo), non si avverte l’idea di un destino manifesto che incombe sui personaggi (tipico del noir) e nemmeno una forte componente perdutamente romantica. Il film non è né con né contro i propri personaggi, li vuole raccontare con passione ma non riesce mai davvero a trovarla e il suo intreccio non è così sofisticato da aiutarlo.

Come una grande preparazione a qualcosa che non arriva mai, il film scorre bene ma non rimane. Come un lunghissimo preambolo per la storia vera, tutto I milionari sembra rimandare in avanti la vera carne, la polpa di quel che sarà il film, fino alla fine.
Non solo manca di personalità ma, cosa ancora più grave, manca di quella capacità di associare a ciò che racconta, ai suoi eventi o ai suoi personaggi, un gancio emotivo che imponga allo spettatore di partecipare agli avvenimenti di una vita distante da lui. Cosa in questo film dovrebbe agevolare il passaggio da una cronaca più o meno fedele dei fatti alla grande parabola cinematografica è un mistero. Cosa, se non ambienti e costumi, cioè i dati più “evidenti”, dovrebbe inserirlo nel genere cui appartiene non è chiaro.

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