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3.3.16

Legend (id., 2015)
di Brian Helgeland

Era davvero lecito aspettarsi di più dall’autore di Payback: La rivincita di porter (uno dei film più convincenti tratti da Westlake, nonostante l’humour) e dallo scrittore di Mystic River. Invece raddoppiando Tom Hardy, impegnato ad interpretare i due gemelli Kray, veri gangster dell’Inghilterra degli anni ‘60, riesce non solo ad annullare la forza dell’attore. Il problema subito evidente sta in quanto il film non intenda prendersi la briga di scrivere intorno a queste due figure titaniche una storia all’altezza.

Come uno Scorsese dei poveri (traslato in Europa), Helgeland gira un period movie per unire la nostalgia alla violenza, facendo della seconda una questione di appartenenza. Legend è un racconto di periferia e tribù, in cui la mafia è un modo di vivere, una grande organizzazione in cui gli affari si fondono con la vita di quartiere. Composta da amici e soliti noti, la mafia non è un’azienda come la famiglia di Il padrino o una brigata scalcinata come nei film britannici di Guy Ritchie, ma prima di tutto un fatto culturale. Nel crimine ci si nasce e ci si cresce, farne parte vuol dire appartenere alla propria zona. Tutto fantastico, peccato non siano idee di Helgeland ma di Scorsese. Quello che invece appartiene a Legend, è la maniera in cui i suoi personaggi abitino questa realtà. E non è un bel vedere.

Dotati di personalità opposte i gemelli Kray sono uno calmo riflessivo e organizzato, la mente, l’altro irascibile, fumantino e preda di qualsiasi paura (di conseguenza anche portatore di una violenza che esplode improvvisa e sembra sempre aleggiare in sua presenza, altro tratto tipicamente scorsesiano). Ovviamente i due dipendono fortemente l’uno dall’altro, sebbene in maniere diverse, e il più debole osteggerà qualsiasi tentativo del primo di costruirsi una vita autonoma.
Purtroppo il film finisce qui, finisce in queste che sono le svolte e le parabole più banali immaginabili. Legend non riesce ad andare più in là del proprio naso, non riesce a fare qualcosa con la storia che racconta e si accontenta di dire quel che tutti già si aspettano di sentire.

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