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2.3.16

Room (id., 2015)
di Lenny Abrahamson

C’è di nuovo un trucco in un film di Abrahamson. Dopo la grande maschera di Frank, elemento accattivante di un film molto meno concreto di quel che non promettesse, in Room, se ne vede uno raramente praticato dal cinema americano: un’illusione prospettica. Crediamo di vedere un film inusuale in realtà ne stiamo vedendo uno abbastanza tradizionale ma da un punto di vista che ce lo fa sembrare strano.
La struttura del film è smontata, invece che partire dalla normalità di una vita, interromperla con un problema o un evento traumatico e poi chiudersi con un climax che porti verso il ritorno alla normalità, iniziamo da metà siamo dentro una situazione problematica e molto poco “normale” che non sappiamo da dove sia originata. Verso metà film questa si risolverà rocambolescamente e tutta la seconda parte sarà centrata sul difficile ritorno alla normalità. Come se avesse messo quella che tutti gli altri film considerano la necessaria “prima parte” in coda agli eventi, Lenny Abrahamson confeziona un film che in questo modo sorprende sempre.

Il tema del ritorno ad una vita comune dopo il recupero da un trauma è affrontato inventando un’iperbolica situazione iniziale. Passata attraverso un inferno per alcuni anni la protagonista ritorna alla luce assieme a suo figlio. Lei ricorda la vita normale e fatica cerca di riprenderla, lui invece non l’ha mai conosciuta ma avendo solo 5 anni potrà forse adattarsi meglio alle molte novità. Entrambi sono alieni nel mondo normale, braccati dai media e assediati dai parenti. Come se non conoscessero normalità si aggirano spiritati nelle situazioni più comuni.Non è mai però una questione di recitazione, la sopravvalutata Brie Larson non fa mai marciare le scene con la propria forza ma semmai subisce i molti eventi e l'intricarsi degli eventi. Come spesso capita è semmai il bambino, Jacob Tremblay a sorprendere con esplosioni di paura o sconforto.

È evidente che in questa maniera di riemerge da un inferno personale e tornare alla vita civile si può proiettare qualsiasi riabilitazione. I contorni sono sufficientemente vaghi per poter vedere nelle difficoltà della protagonista quelle di chiunque altro si sia trovato a dover rimettere in sesto la propria vita. Tuttavia Room non riesce a trovare quell’atmosfera tra il derelitto e lo speranzoso, tra la possibilità concreta di un domani migliore e un’empasse umano che lo allontana. Il film stende tutte le carte, dispone ogni pedina ma sembra non fare mai la mossa giusta.

Sarebbe troppo ingenuo non riconoscere quanto la maniera particolare in cui il film è costruito per essere un “post qualcosa” avvinca e tenga attaccati solo in virtù della sua stranezza. Eppure dietro questa trovata indubbiamente furba esiste anche un altro film, che non ha niente a che vedere con azione o suspense, con gli elementi da thriller della prima parte, e che invece vuole essere molto intimo e delicato, fatto di dialoghi e di interni. È quello il film meno convincente.

Solo nel vero finale allora, nel ritorno a quella “room” iniziale, c’è un momento in cui questo film riesce ad usare il linguaggio del cinema (fotografia, direzione della recitazione, montaggio, assenza o presenza della colonna sonora) per andare a toccare qualcosa di intimo e concreto, difficilmente spiegabile a parole. È quel senso di mancanza e nostalgia anche per le situazioni peggiori, quel guardarsi indietro in un ambiente che ora sembra molto diverso e proiettare un sè che anch’esso ora sembra molto diverso. In quel momento Abrahamson crea un’atmosfera indefinita e indimenticabile, complessa e sofisticata come tutto quello che l’ha preceduta avrebbe voluto essere.

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