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13.5.16

Fai bei sogni (2016)
di Marco Bellocchio

QUINZAINE DES REALISATEURS
FESTIVAL DI CANNES
Cosa abbia spinto Marco Bellocchio nelle braccia del libro di Massimo Gramellini da cui ha tratto Fai bei sogni non è impossibile da capire, il rapporto difficile con la famiglia e in particolare con la madre, sembra pensato apposta per un suo film, come del resto lo sembra l'incastro tra passato e presente. Più ancora che con la madre del protagonista infatti il film sembra affiancare e dedicarsi davvero ad un atro tema, ovvero il rapporto con il tempo.
La storia è quella di un giornalista che da piccolo ha perso la madre e da adulto si trova a fare i conti con un'assenza di cui non conosce tutte le ragioni. Giocato tra flashback e presente con l'incombente e un po' puerile ricorenza delle immagini dello sceneggiato Belfagor, che nell'infanzia del Gramellini di Mastandrea accompagnarono il momento della scomparsa, Fai Bei Sogni con la scusa della madre inanella diverse scene nelle quali il protagonista si trova a gestire il rapporto con il passato o il presente. Sono le celebrazioni del Grande Torino e della morte dei suoi giocatori, l'avventura in Kosovo (pienamente nel proprio tempo) e soprattutto l'attimo in cui tutto cambia e la sua carriera fa un salto di qualità.

In questo film molto sfilacciato e decisamente prolisso, che troppo a lungo vaga senza una meta, l'attimo della prima risposta alla "lettera al giornale" è un fulmine a ciel sereno. Fai bei sogni per troppo tempo abbandona lo spettatore ai peggiori difetti di Bellocchio, ovvero indugiare su qualcosa di importante per lui ma molto poco per noi come anche la sua terribile goffagine nel descrivere i sentimenti, senza controbilanciare la visione con i suoi pregi, cioè la capacità quasi unica, ad oggi, di partorire immagini potenti, capaci di travalicare il testo e raccontare in pochi secondi quello che un film intero spesso nemmeno riesce a fare. Quando invece Gramellini in un giorno solo diventa famoso, grazie all'idea del direttore di La Stampa di scegliere lui per rispondere ad una lettera al giornale su un rapporto madre figlio, il film si illumina di senso. La sera stessa ad una festa viene messo in mezzo, costretto a ballare e questo si trasforma in una sua celebrazione grottesca, tutti intorno a lui ad esaltarlo per qualcosa che non voleva fare. C'è qualcosa in scena che sfugge alla logica ma spiega molto bene cosa stia accadendo, rimette al centro di tutto la suggestione. È un momento di puro Bellocchio. Ma solo uno. Poco dopo il film ricomincerà a vagare in una landa abbastanza noiosa.

Bellocchio è cineasta di immagini, artefice di un cinema che spesso sfugge alla logica e abbraccia la pura suggestione, trovando lì di nuovo un senso logico (si pensi a Bella addormentata, quando senza un perchè i politici escono dal parlamento e dietro la porta non c'è una stanza ma un telone su sono proiettate immagini televisive della stanza del parlamento, logicamente non ha senso ma è una bomba inattesa che racconta benissimo la spettacolarizzazione della politica), Fai bei sogni però cerca un paradossale racconto lineare, in certi punti addirittura procede come un giallo in cui scoprire come sia avvenuta una morte, tutti territori che paiono silenziare le armi migliori di questo cineasta.
Anche la bella idea di mettere in relazione la memoria personale con quella collettiva, la difficoltà di vivere il presente con i suoi trionfi e i suoi momenti topici se si è prigionieri del passato, si perdono inevitabilmente, e il film diventa un'elucubrazione più reale nella testa dello spettatore che sullo schermo.

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