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17.5.16

Ma Loute (id., 2016)
di Bruno Dumont

CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES
Un protagonista il cui nome dà il titolo al film, un caso su cui una coppia di poliziotti indaga e una serie di famiglie e uno scnario naturalistico particolare e abbastanza infame della Francia. Ma Loute non è per nulla distante da P'tit Quinquin, film con cui due anni fa Bruno Dumont stupiva tutti grazie ad una esilarante vena di commedia in stile grand guignol. C'era così tanta potenza nel piccolo mondo ridicolo di Quinquin che quasi sembra essere travasata in Ma Loute, anche se questo nuovo film è in costume, ambientato nel nord della Francia ai primi del novecento tra una famiglia di cannibali raccoglitori di vongole e "traghettatori di persone" contrapposta ad una invece nobile e frivola.

La prima cosa che si nota è l'indubbia consapevolezza dell'operazione, se P'tit Quinquin suonava originale e selvaggio, un film con umorismo puro e partorito di getto, questo Ma Loute, pieno di star (Valeria Bruni Tedeschi, Fabrice Luchini e Juliette Binoche) ne è la sua caricatura enfatica, la sua versione potenziata. Ogni attore esagera, plasma un personaggio eccessivamente ridicolo, cerca posture folli, risate malate e forzature espressioniste che somigliano più al teatro o (peggio!) all'avanspettacolo che al cinema. Certo l'umorismo non manca ma non ha quella vena inattesa che tanto aveva impressionato nel film precedente, è più meditato è studiato. Unn commissario grasso che rotola per guardare le prove, una dama che insulta i camerieri, una zia eccessiva in tutto e una ragazza che si veste da uomo, sono animali da circo e non freak di provincia.

Dumont guarda i nobili con prevedibile disprezzo e i vongolari con benevolo rispetto. Solo questo basterebbe a spiegare uno sguardo accomodato e accomodante, pronto per essere approvato e per piacere a chi deve. Il contrario di Qunquin che dello schifo nei confronti di tutti faceva una delle sue molte armi comiche e spiazzanti. Non è per questo difficile affermare che Ma Loute è la versione accomodante di P'tit Quinquin, più ruffiana e calcata, come una barzelletta raccontata per la seconda volta calcando sugli elementi che già si sa essere i più efficaci.

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