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2.5.16

Sole alto (Zvizdan, 2015)
di Dalibor Matanic

Ci sono tre storie dentro Sole Alto, tre storie che si svolgono in tre epoche diverse ma hanno al centro i medesimi due attori, di volta in volta interpreti di una coppia diversa. Ciò che non cambia è il fatto che appartengono a due etnie differenti interne alla Jugoslavia o (in seguito) ex Jugoslavia, due persone che in diverse epoche non possono non amarsi nonostante diversi conflitti, e quindi lutti, li tengano separati o spingano altri a volerli tenere separati.
La premessa non è il massimo dell’originalità ma è anche evidente che la maniera in cui Dalibor Matanic la mette in scena non lesina quanto ad idee. I tre segmenti vivono di rapporti molto diversi tra loro, spaziano tra l’amore idealizzato a quello violento, da quello finito e forse ricostruito a quello dal puro appeal sessuale, ogni volta scatenando la curiosità che muove lo sguardo dello spettatore.

Con un occhio al naturalismo spinto e uno all’elemento umano in esso, Sole alto sguazza negli stereotipi del cinema d’autore con una personalità invidiabile. Determinato a compiere un trattato sull’ingiustizia dei conflitti etnici a partire dalla purezza dell’amore che sboccia nonostante tutto, svicola tutti i clichè che una simile impresa getta contro qualsiasi narratore che voglia affrontarla, e utilizza molto bene i suoi due attori.
Incaricati di interpretare tre personaggi a testa, che forse sono uno solo in tre momenti diversi, Tihana Lazovic e Goran Markovic sono uguali e diversi ogni volta e convincono sempre di più al procedere del film.

Forse Sole alto indugia un po’ troppo nelle sue parti più melodrammatiche ed ha un’eccessiva fiducia nella propria capacità di tenere avvinto lo spettatore anche verso la fine, quando dovrebbe tirare le somme dei tre episodi e invece mette in scena la parte più rarefatta e rallentata di tutte. Tuttavia c’è in questo film una maniera di vivere il rapporto con le lande rigogliose e desolate, di inquadrare i relitti di case, gli ambienti che paiono morti ma lo stesso sono abitati, che basta a sè. Più che i personaggi sono quei luoghi a raccontare la desolazione, quelle finestre assenti e quell’erba non tagliata. Matanic riesce a scatenare contemporaneamente il desiderio di essere in quei luoghi e quello di fuggire dalle persone che li attraversano.

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...ma sono vivo e non ho più paura! by Gabriele Niola is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 3.0 Unported License.