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12.5.16

The boy (id., 2015)
di William Brent Bell

L’eco di mille bambini demoniaci del cinema lo si può avvertire fin dalle prime scene di The Boy, film dell’orrore goduriosamente vecchio stampo, che tira fuori dalla naftalina il maniero gotico, il legno che scricchiola e la casa infestata, come in una versione Hammer dei film di Jason Blum.
Al centro di tutto c’è una baby sitter americana che viene convocata in una magione britannica fuori mano per badare ad un bambino particolare. Appena arrivata scopre trattarsi di un bambolotto che i genitori, anzianissimi, trattano come il figlio che è morto in un incendio. Sono pieni di premure e si raccomandano tantissimo di rispettare la routine della bambola. Inutile dire che ai primi sgarri arriveranno segni evidenti di presenze nella casa.

La soluzione di tutto, per fortuna, è molto meno usuale dell’inizio e non è semplice prevedere da subito cosa accadrà. Lo stesso non è in quello, cioè nell’intreccio, che il film di William Brent Bell prende quota ma nelle inquadrature della bambola. C’è una vena di follia nel modo insistito, continuo, maniacale e quasi pornografico con cui questo regista insiste sul volto inerte e immobile del bambolotto. Dopo averlo individuato e presentato come “l’oggetto dell’orrore”, anche più del maniero che contiene tutta la storia, il film lo scruta nella sua immobilità, e meno la bambola si muove più ha senso.

Non siamo molto lontani dall’idea alla base di Paranormal Activity, cioè che l’inattività o la fissità dell’inquadratura su un panorama che non cambia, possa essere in sè strumento di paura. Quei film lanciavano il concetto dello spettatore-esploratore, che vaga con lo sguardo all’interno dell’inquadratura cercando negli anfratti qualcosa che manifesti e quindi sublimi che sente essere presente, The Boy prosegue sulla stessa strada. Sono gli spettatori, nel guardare insistentemente quest’oggetto inanimato, a cercare disperatamente un segno dell’orrore che sanno essere presente, a desiderarlo esplorando il volto e i tratti nella speranza che un movimento confermi la possessione.
Si tratta di una sensazione originale e tipica dell’horror dei nostri anni che sorprende riscontrare anche in un film dalle basi così tradizionaliste come questo.

Certo non si può dire di essere davanti ad un film dalla devastante originalità, ma più ad un classico del genere ben rimescolato, un’operazione come se ne facevano negli anni ‘50, quando su canovacci ben oliati si inserivano piccole variazioni. The Boy non vuole lavorare su una paura specifica o fare leva su un timore in particolare, si aggira più dalle parti del terrore sovrannaturale, relegando se stesso al reame dei film prodotti in serie che cercano di distinguersi per il proprio twist. Forse è questo, oggi, il vero cinema di serie B.

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