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29.6.16

Dragon Blade (Tian Jiang Ziong Shi, 2015)
di Daniel Lee

All’insegna della grande imprecisione storica, del pressappochismo narrativo e della banalità, coperti da un velo di sentimenti tanto più giganteschi e urlati quanto più è necessario nascondere la pochezza della sceneggiatura, Dragon Blade è forse il film più sbagliato dell’anno. Come dice la trama stessa dovrebbe essere un ponte tra oriente e occidente, antichi romani che incontrano i popoli cinesi sulla via della seta per scoprire, dopo il più ovvio degli scontri iniziali, di non essere poi così diversi. Finiranno insieme a riparare mura e combattere contro la malvagità umana che non conosce fazioni.

Quando però anche Jackie Chan nella prima sequenza di combattimento mette in scena una coreografia mal montata e senza nessuna personalità, è evidente che il film non migliorerà né andrà da nessuna parte. Difficile era però prevedere che potesse andare così male, cioè che Daniel Lee imboccasse con tale decisione la via del ridicolo, che abusasse così tanto e con così poca ragione del ralenti (in certi momenti proprio la velocità lenta mette in evidenza quanto certi massi rotolanti siano di polistirolo). Non si può credere a nulla di questo film implausibile, sia fattualmente che sentimentalmente, uno in cui i personaggi parlano tutti la stessa lingua fino a che non arriva un altro cinese che parla in cinese con la stessa persona che ha fino a questo momento parlato con i romani non si sa in quale lingua, in cui il macguffin è un bimbo candido e canterino reso cieco da un malvagio imperatore romano, in cui gli eserciti compaiono all’improvviso tutti insieme e in cui c’è un numero inqualificabile di flashback che fanno riferimento a scene che abbiamo visto solo pochi minuti prima.

Come se non si fermasse mai a valutare la bontà delle proprie soluzioni, Daniel Lee giunge ai suoi obiettivi di scena in scena senza nessun criterio o ritegno per la coerenza interna della storia. Sono sue scrittura e regia del film (eccezion fatta per i momenti di combattimento che sono a carico di Jackie Chan), all’insegna di un’enfasi fuori misura e fuori luogo per una storia di amicizia tra popoli e lotta per la libertà individuale, in cui il fine è più importante del mezzo. O almeno così si deduce dal fatto che alcune delle più importanti svolte non siano spiegate (perché Jackie Chan diventa il capo del suo villaggio di colpo?) e alcuni dei momenti più drammatici giungano senza essere stati preparati.
Ma in fondo non è nemmeno questo a rendere Dragon Blade così poco sopportabile e probabilmente il film peggiore dell’annata, quanto la smodata quantità di retorica applicata con così poca cognizione di causa. È il modo ruffiano in cui musica e sguardi incrociano pessima recitazione per esaltare le emozioni più semplici nella maniera più scontata a svilire tutta l'operazione. Tutto ciò senza nemmeno un briciolo di voglia di fare, se non altro, buon cinema d’azione.

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