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9.6.16

Friend Request (id., 2016)
di Simon Verhoeven

Facebook non è il male, Facebook contiene, veicola e trasmette il male alla stessa maniera in cui le VHS lo facevano in The Ring o il televisore lo faceva in Poltergeist. La tecnologia di maggior uso quotidiano è il luogo in cui oggi si nasconde il demoniaco. Dietro questo paradigma classico, che non è certo il primo a sfruttare (Unfriended, solo per citare un esempio era molto più concreto), Friend Request nasconde le paure più banali mostrate senza la minima inventiva. Non è tanto la qualità di ciò di cui il film si spaventa (anzi quella più è basilare più sa essere raffinata), quanto la maniera in cui sceglie di mostrarla o, come nel caso dei bellissimi Oculus, The Babadook e L’evocazione, l’atteggiamento che fa tenere nei suoi confronti ai protagonisti.

Quest’horror tedesco mascherato da cinema americano infesta la vita di una teenager statunitense e delle sue amiche con la maledizione di una strega moderna, una sua coetanea emarginata a scuola che lei decide di frequentare e che, una volta tradita, si rivela per quel che è. Tra immagini postate che si animano (terribile), amicizie che magicamente non possono essere rimosse (convenzionale), video inarrestabili (puerile), codice di programmazione che si anima come scritte malefiche (senza nessun senso) e le caratteristiche morti nel mondo vero a condire il tutto, la maledizione sovrannaturale ha la meglio a furia di colpi improvvisi e non di costruzione d’atmosfera.

Non solo di realmente spaventoso in questo film non c’è nulla ma, cosa ancora peggiore, la scelta di lavorare sui social media non ha né un risvolto teorico (ci sono delle insidie nell’uso che ne facciamo come diceva Unfriended?), né uno pragmatico. Simon Verhoeven (nessuna parentela con Paul) non riesce a fondare un immaginario e così trovare ciò che in quel mondo meglio si presta a scatenare la paura, non riesce a legare l’orrore del suo film alle vere pratiche quotidiane a cui si ispira. Friend Request per come è impostato dovrebbe infestare la vita di ognuno attribuendo all’oggetto della sua attenzione (Facebook, la vita online, la socialità in rete) un sentimento di atterrito smarrimento, invece sa solo usare le sue schermate e la blanda metafora dell’amicizia, quella per la quale la protagonista soffre le pene dell’inferno fino a perdere tutte le sue amicizie online, momento nel quale anche lei potrà lasciare la vita terrena.

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...ma sono vivo e non ho più paura! by Gabriele Niola is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 3.0 Unported License.