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2.9.16

Arrival (id., 2016)
di Denis Villeneuve

MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA
CONCORSO
Il cinema dubbi non ne ha mai avuti: gli alieni ci sono e vogliono entrare in contatto con noi. Tutta la storia del cinema di fantascienza è fatta di diversi tipi di contatti, maligni o benevoli, culturali o bellicosi. Arrival gioca su questo, sa che noi sappiamo e invece che raccontare la grande storia di cosa successe all’arrivo degli alieni, racconta qualcosa di molto più piccolo e breve: come il pianeta Terra ha preso il primo contatto con loro. Arrival non è un film d'avventura e non è un film di esplorazione ma la sua forza è che da un momento all'altro può diventare entrambe le cose. L'incredibile attrattiva di questo film è proprio il fatto che per quasi tutta la sua durata esiste una tensione pesante, tangibile e violenta verso la scoperta di cosa ci sia nella testa dell'altro. Sono qui per attaccarci o sono qui per parlarci? Sono gli alieni di Independence Day o sono quelli di Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo? Lo temono i militari e lo temono i due scienziati protagonisti convocati dai militari, ovviamente i primi premono per l'interventismo e i secondi per la comprensione perché questa è la natura del loro background. Villeneuve ha capito benissimo come giocare con lo spettatore, come spingerlo prima in una direzione e poi nell'altra, come fargli pensare una cosa con le immagini ma suggerirgliene un’altra con le parole.

C'è una ricerca così raffinata sul montaggio (che alterna sogno e realtà e poi anche i piani temporali) da rendere Arrival a tutti gli effetti cinema d'autore, pensato per dire molto più di quello che mostra. Nonostante una trama che non sfigurerebbe in nessun blockbuster, l'approccio di Villeneuve plasma ciò che siamo abituati a percepire come grande intrattenimento all'interno di un linguaggio per immagini complicato benché comprensibile. Come molta fantascienza moderna, anche questo film è complesso, coinvolge nozioni scientifiche che vanno prima spiegate al pubblico e poi applicate, e lo sforzo narrativo per non appesantire il racconto è incredibile. Invece che mostrare gli alieni, Arrival cerca di capirne la natura assieme a noi, ci porta con i protagonisti ad ogni scoperta. Non c'è svolta che sia “spiegata”, tutto è comunicato allo spettatore in modo che lo desuma da sè, che lo capisca e non gli sia detto. È cinema ai massimi livelli che prende di petto il più commerciale dei temi, trovandoci dentro non le risposte più prevedibili (come spesso fanno i blockbuster) ma le domande più giuste.

Arrival quindi gira dalle parti di Interstellar per stile e richiami, ma sottilmente anche da quelle di District 9 e la sua fantascienza politica. Lo sforzo mostruoso di capire qualcuno lontano da noi è il centro di tutto, il tentativo disperato di non farsi prendere dalle paure ma riflettere sulle diversità contro ogni istinto di fuga, cercando di scacciare la fobia che ogni cosa possa portare ad un attacco e sperando di aver avuto ragione.
Non ci sarebbe bisogno di dirlo ancora una volta ma Amy Adams è la scelta perfetta, ha una gamma di espressività vasta e ed è capace di sovrapporre la tensione della paura, alla tensione dell'eccitazione, la voglia di andare avanti con il timore che ci spinge indietro. Tuttavia non basta la bravura. Solo qualche anno fa il ruolo protagonista, quello quello dello scienziato che lotta con i militari per capire l’altro, sarebbe stato affidato ad un uomo. Sarebbe stata una parte buona per Dustin Hoffman, Richard Dreyfuss o Jeff Goldblum a seconda delle annate, e del resto non è diverso da quello di Matthew McConaughey in Interstellar, eppure qui va ad una donna, che lotta contro i maschi per imporre la propria volontà come fa Jessica Chastain in Zero Dark Thirty.
Non è poco, in un film in cui bisogna capire gli alieni che ci sia una donna al centro di tutto che cerca di imporsi. Non è normale e non è usuale. Nelle mani di Villeneuve poi, è anche molto bello.

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