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22.9.16

Bridget Jones's Baby (id., 2016)
di Sharon Maguire

Nei 12 anni passati da Che Pasticcio Bridget Jones due sceneggiatori formidabili (Andrew Davies e l’eccezionale Richard Curtis) hanno ceduto il posto ad Emma Thompson, sia attrice che qui scrittrice, e a Dan Mazer, precedentemente noto per l’opposto logico di Bridget Jones (i film e le trasmissioni con Sascha Baron Cohen), me è tornata alla regia Sharon Maguire e a coordinare tutto c’è sempre Helen Fielding, creatrice del personaggio e scrittrice anche di quest’ultimo libro da cui è tratto Bridget Jones’ Baby.
Forse proprio in questo scambio di nomi e ruoli c’è il motivo per il quale, nonostante non manchi nessun personaggio classico né alcun luogo comune delle avventure di Bridget Jones, in quest’ultimo film non si respiri la medesima aria dei precedenti.

Decisamente divertente, più ritmato e inventivo di come ricordavamo essere i film passati, questo terzo episodio è però qualcosa di molto diverso. Nonostante tutti i tentativi di portare avanti lo spirito delle avventure di Bridget Jones in un’età completamente diversa, con problemi e questioni diverse, il film esce nettamente dallo spirito chicklit che lo aveva alimentato. Non è cioè più una storia di forte contemporaneità, non si percepisce più quell’idea di donna indipendente e metropolitana, sessualmente autonoma e spregiudicata. Anzi! L’arrivo di una gravidanza tra capo e collo e anche l’indecisione tra chi possa essere il padre del bambino, non alimentano l’idea di una donna fieramente autonoma, quanto di una in cerca di diversi tipi di uomini cui aggrapparsi, sempre con la medesima immagine di famiglia in mente. Se prima Bridget Jones aveva il beneficio di scegliere tra il classico e rassicurante contro il folle e passionale, di fatto giostrandosi a piacimento in uno spettro di esempi maschili, stavolta invece sceglie che tipo di rassicurazione avere, quale uomo tradizionale mettersi al fianco. Nata incendiaria, Bridget Jones muore pompiere.

Ed è un peccato che questo avvenga forse nel più divertente dei tre film. Uno che nel finale, per un'ultima commozione, sfrutta anche l'eterno trucco di L'Amore in Fuga di Truffaut, cioè richiamare i ricordi del pubblico e dare l'idea di una vita passata assieme ai protagonisti attraverso dei flash dai film precedenti in cui tutti, pubblico incluso, erano più giovani. Uno che addirittura contiene un gioiello come il piccolo ruolo di Emma Thompson, forse uno dei suoi ruoli di commedia migliori. Amara, dura e cinica, la sua ginecologa ha tempi e sfumature impeccabili, degne della satira da Bridget Jones, mentre tutto intorno a lei c’è un film che, mantenendo i soliti ovvi richiami a Orgoglio e Pregiudizio, invece di attaccare il mondo tramite una protagonista disastrosa in realtà prende in giro solo i propri personaggi. È probabile che una storia di Bridget Jones a 40 anni suonati semplicemente non sia possibile, oppure che questa non possa prevedere il formarsi di una famiglia. Quella maschera del postfemminismo contemporaneo esce deformata nel momento in cui rientra nel ruolo che da sempre viene affidato alla donna. Ciò che le sue lettrici o spettatrici possono permettersi, forse a lei, in quanto ideale e non persona vera, non è consentito a meno di non perdere la propria anima.
Non è insomma una questione di realismo del personaggio ma di cosa rappresenti. E che proprio Bridget Jones riveda se stessa finendo per rappresentare il massimo della famiglia tradizionale non può non suonare come una delusione.

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