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13.10.16

Inferno (id., 2016)
di Ron Howard

Ce ne vuole per far recitare male Tom Hanks.
Solo un anno fa l’abbiamo visto in una performance micidiale in Il Ponte Delle Spie, minimale ma da grande uomo di cinema più che attore, sottile e micidiale. Adesso a meno di 365 giorni arriva in sala con un film lungo, largo e sciatto, in cui al massimo della semplicità dei personaggi corrisponde il minimo della buona recitazione americana. Robert Langdon, l’esperto di simbologia di Dan Brown, non è un personaggio complesso e Hanks l’ha già interpretato due volte, tuttavia quando un film è così poco curato a partire dalla sceneggiatura quel che accade è che anche un gigante come lui si possa perdere, in un effetto valanga che colpisce ogni parte della messa in scena.

E dire che stavolta l’intreccio era anche dalla parte di Ron Howard, perché il film è una corsa continua svantaggiata dalla memoria fallace del protagonista. Colpito alla testa non ricorda cosa gli sia accaduto e scopre di essere a Firenze, coinvolto in qualcosa di losco che ha a che vedere con una maschera di Dante, Palazzo Vecchio, Botticelli e la mitologia dell’Inferno della Divina Commedia. Lui e la dottoressa che l’ha soccorso sono in fuga dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che si muove con mezzi, piglio e armi da terroristi (girano con mitra in mano in pieno giorno). Dolcemente impossibile e paradossale come si conviene a Dan Brown.

Però nemmeno la più dinamica delle corse attraverso arte e misteri di Firenze riesce a rendere godibile quello che con un po’ più di cura poteva essere una piacevole assurdità d’azione e suspense, pura fantastoria con le mitologie artistiche italiane. Invece Inferno abbassa se stesso così tanto, scende a tal punto al minimo comun denominatore di ogni scena per trovare la comprensibilità universale, da perdere qualsiasi anche piccola sofisticazione formale. Nonostante la grandezza della produzione, questa trama ha infatti l’anima del film di serie B, cioè nella sua costruzione a ritroso e nel suo fondarsi sull’azione ha la sua forza, eppure Howard rifiuta in toto l’asciuttezza del B movie e sceglie sempre il titanismo didascalico.

Urlando ad ogni passo cosa vogliano, dicano, pensino e intendano fare i personaggi (in ogni caso anche cosa abbiano appena fatto), Inferno perde gradualmente qualsiasi possibilità di instaurare una relazione particolare con lo spettatore. Invece che stringere un legame di fiducia in cui il filmmaker confida nella capacità del pubblico di leggere gli eventi e comprenderne le dinamiche senza doverle spiegare ogni volta, Ron Howard lo tratta come un bambino con un ritardo mentale, gli parla scandendo ogni parola e spacciando le banalità più scontate per grandi momenti. Il risultato di tutto questo ad un certo punto non è più nemmeno fastidio ma proprio noia.

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