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10.1.17

Allied (id., 2016)
di Robert Zemeckis

È un tema vecchissimo (per il cinema) quello di “Chi è l’altro?” (chi è la persona che vive accanto a me? La conosco veramente?) un tema solitamente declinato dal punto di vista della donna, creatura indifesa d’elezione in sala, corpo che subisce lo stordimento dei sentimenti e che teme la violenza del sopruso e scappa dai killer o dai mostri che la vogliono svestire e possedere. A mentirgli di solito sono mariti avventurieri o agenti segreti di nascosto, infedeli, killer, spie, bugiardi di incredibile abilità, i protagonisti del genere, anche solo assassini occasionali, l'importante è che le donne subiscano sempre le conseguenze del thriller, l’ansia del dubbio o la scoperta della realtà. Qui invece Zemeckis ribalta tutto, come Orson Welles fece con il noir in Lo straniero: è una donna ad essere forse una spia doppiogiochista ed un uomo ad essere roso dal dubbio reso insostenibile da un amore che motiva i gesti più incredibili.

Dietro l’incredibile fascino pop della confezione di Zemeckis si cela un film molto meno convenzionale del solito (ma anche Flight lo era, così strano nella sua struttura), in cui l’azione è tutta compressa all’inizio, in un pugno di scene di addestramento e poi combattimento. Come un piccolo film nel film, il periodo dei due protagonisti a Casablanca, tra pianificazione, finzione, conoscenza, innamoramento, sesso prima di morire e poi l’incredibile momento in cui portare a termine una missione che pareva un suicidio, è un gioiello per brevità ed essenzialità che elimina l'azione dall'equazione del resto della storia. Perché il film in realtà è poi un altro, quello che si svolge a casa, nel fronte interno, come se La Signora Miniver non fosse chi dice di essere.

E il bello di quest’avventura di spionaggio in costume, una volta tanto, è il rapporto tra due attori e i paesaggi finti di Zemeckis. Innamorato dell’effetto speciale invisibile, del set virtuale e della ricostruzione solo apparentemente fotorealistica (poi modificata un po’ per renderla più sentimentale), Zemeckis infarcisce Allied di momenti in cui la coppia di star sta nell’inquadratura come si sta nei quadri: immersa in un paesaggio creato per loro. La tempesta di sabbia del loro amore è solo un esempio (ma anche l’alba di poco precedente ha quella funzione). Ogni condizione di questo film, dalla paracadutata iniziale che sembra portare il protagonista dentro un plastico, fino alla più classica delle piogge finali stanno lì per Brad Pitt e Marion Cotillard, per farli sudare, piangere, stringere, infreddolire o abbracciare.

È un modo di lavorare su quelle componenti che solitamente passano indolori, come il vero sentimento che brucia tra due persone (quello che fa dubitare lui), che dà a questo film dalla trama molto canonica che 70 anni fa sarebbe potuta esistere solo in un B movie, un afflato diverso. Tra i due è Brad Pitt ad avere il centro della scena ma è Marion Cotillard a creare di fatto il film. Senza la sua sottile doppiezza, la sua capacità di suggerire una cosa nell'affermarne un'altra, non ci sarebbe possibile dubbio.
Vedere marciare la coppia di amanti per finta (che intanto lo sono diventati davvero) in abito da sera, con le armi in mano e dietro di loro un palazzo che hanno devastato di spari per far fuori un gerarca nazista, con lo sguardo preoccupato di non morire proprio a pochi minuti dalla fuga è una meraviglia, è un’immagine di determinazione e innamoramento serio che non si scorda, perché c’è un piccolo mondo a dargli valore.

4 commenti:

Jax ha detto...

Aspettavo molto questo film, Zemeckis è sempre un grandissimo.


Gabriele Niola ha detto...

Amen


Paolo Parisini ha detto...

Aspetto con ansia la tua rece a Silence, dopo la mezza stroncatura di Alò (la cui recensione stavolta mi ha infastidito)


zioluc ha detto...

A me non ha convinto, Pitt monoespressione e scenografie dall'aria finta (non solo i paesaggi evidentemente digitali, ma anche le stanze, i caffè...), film passabile ma deludente viste le forze in campo.


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