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13.1.17

Silence (id., 2016)
di Martin Scorsese

Dopo 2 ore e 45 minuti di Silence, l’impressione è che non tutto fili liscio, che il racconto dei due preti gesuiti che vanno a recuperarne un altro, la cui fede in Dio pare sia stata messa in crisi nel Giappone delle persecuzioni ai cristiani, sia pieno di grumi, momenti in cui la fluidità dello storytelling si arena in pantani capaci di appesantire una durata già impegnativa di suo. Al contrario di The Wolf of Wall Street (solo per citare l’ultimo dei film lunghi di Scorsese), Silence non ha quel passo indemoniato che accorcia il minutaggio percepito, anzi, ha un fare dilatato e contemplativo che non sempre rende giustizia a questo Apocalypse Now! della fede cristiana, questo viaggio nel cuore del Giappone alla ricerca di un uomo che non risponde più ai dettami della Chiesa.

Per Silence Dio sta in minuscoli crocefissi incisi sommariamente e della grandezza di un bottone o in icone grandi quanto una zolletta di zucchero, artefatti piccoli, ideali per essere contrabbandati o nascosti, che sprigionano una potenza religiosa inaspettata. Sono i veri strumenti di questo racconto che mira a palesare l’evidenza di Dio senza farlo davvero.
C’è infatti nei momenti migliori di Silence un desiderio di credere e una sete di ricerca divina così evidenti, da far pensare che chi dirige (e ha cosceneggiato) il film fosse il primo a bramare una manifestazione del divino, a desiderare una ragione del silenzio di Dio. Non stupisce quindi che le domande per le quali il film non ha risposte siano tantissime, e spesso le stesse di altri film di Scorsese (il dubbio su che atteggiamento avere verso il fedele peccatore compulsivo alla ricerca di facili assoluzioni, non è diverso da quello verso il barbone pazzo che non fa altro che bere acqua di Al Di Là Della Vita).

Forse proprio per questo desiderio di credere Scorsese trova continuamente equivalenti religiosi nelle storie che racconta. Come sempre infatti i suoi protagonisti che fanno ammenda per i propri peccati (siano mafiosi pentiti che collaborano con la polizia o uomini d’affari truffaldini che patteggiano con l’FBI) finiscono in un limbo, un purgatorio che è meglio dell’inferno che hanno vissuto ma non realmente un paradiso. Silence non fa eccezione e il purgatorio rappresentato alla fine è degno dei momenti migliori della filmografia di questo regista, il dipinto di un’esistenza così permeata di divino da impressionare realmente anche il più ateo degli spettatori. E che il film riesca in questo proprio con gli strumenti e i trucchi del racconto è ancora più dissetante.

È infatti un’illusione tutta cinematografica quella che riesce a far avvertire l’incombere di un Dio nelle vite, nelle stanze e nella solitudine dei protagonisti, che lo manifesta senza mostrarlo. Nel suo finale Silence fa ammenda per la durata che non è riuscito sempre a giustificare, mettendo in scena con pornografica attenzione la concentrazione giapponese nell’evitare la rappresentazione del Dio cristiano o la sua venerazione, anche in forme minuscole. A quel punto, anche grazie ad alcuni grandi momenti di recitazione per sottrazione tra Liam Neeson e Andrew Garfield, si crea un’atmosfera di tensione e paura così pervasiva e ubiqua da suscitare l’impressione che questa presenza davvero esista, che sarebbe lì lì per manifestarsi non fosse per il rigoroso controllo nipponico che la tiene a bada. Come i mostri nei film fantastici, rinchiusi in anfore o scrigni protetti, anche qui si ha l’impressione che questa creatura metafisica ci sia, guardi tutto, incomba su tutti e sia incatenata da un’armata di controllori.
È questa una conquista spirituale più concreta ed evidente di quella che possono vantare molti capolavori, più intellettuali e meno personali, che ambiscono a raccontare la ricerca di divino nelle vite umane.

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