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28.2.17

Barriere (Fences, 2017)
di Denzel Washington

Teatrale per la maggior parte del tempo ma anche ampio e fluviale come un romanzo breve, Barriere assume su di sé diversi panni, usa il linguaggio del cinema per somigliare ad altro, vuole ricreare la parola, ricreare la tensione dei corpi in contrasto che si ammira a teatro, ricreare un feeling di altri tempi a partire da un testo teatrale del 1983 vincitore del Pulitzer che una datazione ignorante potrebbe anche situare ben più indietro nel tempo per quanto accoglie la definizione di “classico” dentro di sè.

Una famiglia degli anni ‘50 tenuta sotto scacco da un padre amorevole ma fermo (Denzel Washington con un ammirabile capacità di ritrarre il proprio fisico fuori forma in maniera molto funzionale al personaggio), pieno di problemi, con un passato turbolento che influenza il suo presente, viene seguita lungo circa 7 anni. Un figlio al liceo vorrebbe darsi al football come tutti gli consigliano, tutti tranne il padre, una moglie devota fatica a tenere a sé un marito che ha avuto una figlia da un’altra donna, un figlio più grande non trova l’approvazione che tanto desidera. Un amico di famiglia osserva tutto. I loro problemi affondano nel passato ma li vediamo affliggere i protagonisti in un presente fatalista in cui poco sembra poter essere fatto per sfuggire al destino di conflitti.

Non c’è quindi da stupirsi se Barriere punta innanzitutto sulla recitazione, come capita spesso ai film diretti da attori e tratti da testi teatrali. Ma è ammirabile la maniera quasi pornografica in cui Denzel Washington lavora sulla parola, sull’enunciazione proprio (del resto lo stesso avveniva nel suo film precedente da regista, The Great Debaters), con un godimento laringo-palatale per l’inflessione e per la pressione sui termini più importanti pari solo a quello sugli ampi sederi da over 50 e il posizionamento di ogni essere umano nella scena.

Viene da pensare che solo così, con una fiducia ammirabile nella “presenza” degli attori capace di nobilitare un lavoro più ordinario (ma onesto) di messa in scena, Barriere possa cercare di combattere una scrittura che confessa subito la propria età, più convenzionale ancora del termine “classico”. Le sue grandi metafore (lo steccato del titolo in primis), la sua parabola fatta di un ritmo e svolte molto ordinarie, alcuni personaggi come il fratello matto con trombetta al seguito e la maniera in cui accetta la prevedibilità in una cornice che rifiuta volentieri il naturalismo a favore del grande artificio, chiamano a gran voce il cinema degli anni ‘50. E per quanto faccia tutto ciò con una grazia indubbia, lo stesso l’impressione di essere davanti ad un relitto in ottimo stato è forte.

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