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3.3.17

Toni Erdmann (id., 2016)
di Maren Ade

Nonostante all’estero ne abbiano decantato l’umorismo, l’elemento di Toni Erdmann che può colpire di più il pubblico italiano non è proprio la verve dello humor tedesco. Questa storia di un padre eccessivamente burlone, eterno bambinone che, nel volersi avvicinare ad una figlia molto seriosa e in carriera presso un’austera società di consulenza, si cala nei panni di un personaggio da lui inventato con parrucca e denti finti, creando un certo scompiglio nei party e nella vita lavorativa di lei (senza contare l’imbarazzo malcelato dalle rigide regole formali), è in realtà un modo per mettere in scena come uno sguardo esterno cambi la percezione di noi stessi. Come la sola presenza di un alieno nella stanza modifichi tutto.

Non c’è davvero molto del tanto sbandierato rapporto padre-figlia nel film, come non c’è davvero molto su di lui, il professore di musica Winfried Conradi in arte Toni Erdmann, non sappiamo quasi nulla di questo assurdo genitore. Quello su cui il film di Maren Ade si sofferma davvero è in realtà la sua protagonista, questa figlia che evidentemente ha visto come unica possibile ribellione ad un genitore simile l’adozione di uno stile di vita rigoroso e ingessato. Fingendo di parlare di un uomo buffo il film parla di un mondo che buffo non lo è per niente, del business management all’europea visto a livelli altissimi, le sue convenzioni e le sue assurdità, l’effetto disumanizzante che ha sulle persone che ci lavorano, il sessismo imperante (le donne comunque devono fare shopping e presentarsi bene) e con un finale di nudismo anche del suo rifiuto del corpo quale entità liberatrice (cosa che invece Toni afferma con la sua panza importante in bella vista).

Teoricamente ineccepibile ma effettivamente molto più convenzionale di quanto non possa sembrare, la condanna dello spietato e disumano mondo degli affari di Toni Erdmann fa ridere, ma per la sua puerile banalità. Il film bluffa ad ampie riprese, cerca di conquistare con lo sguardo smarrito da cane bastonato, eppure la sua retorica così generica e banale non può essere accettata solo perché nobilitata da uno spunto stravagante (che poi l’idea di un personaggio stralunato che irrompe in una realtà ingessata per svelarne i limiti tanto stravagante nemmeno è) e soprattutto agitata da una macchina a mano, il cui uso è ingiustificato e sempre più uno status symbol d’autorialità all’europea.

Nonostante questo c’è però un elemento del film di Maren Ade che colpisce e molto, cioè la maniera in cui la presenza spesso quasi silente di Toni Erdmann costringe la figlia a ripensare la propria vita, cioè come la presenza di un osservatore esterno influisca sull’autopercezione di sé. Inserendo Toni Erdmann anche solo nello sfondo, facendolo interagire pacificamente con le persone che sono attorno a sua figlia, il film di fatto cambia le scene, e questa donna che sembrava così convinta vede incrinarsi il modo in cui percepisce il proprio ambiente perché qualcun altro ci è entrato e nulla può più essere lo stesso.
Come se lei vedesse tutto dagli occhi di lui solo in virtù della sua presenza, il film suggerisce con una certa efficacia l’importanza dello sguardo non tanto al cinema ma nella vita delle persone.

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