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7.4.17

Underworld: Blood Wars (id., 2017)
di Anna Foerster

La trama della saga di Underworld sarebbe difficile da seguire se fosse una serie tv da un episodio a settimana, come franchise cinematografico arrivato al quinto film in 14 anni è impossibile, anche con tutti gli aiuti e i riassunti all’inizio di ogni nuovo capitolo.
Nato come un universo fantasy/metallaro, in cui lupi mannari e vampiri si combattono da millenni, evoluto in qualcosa di più complesso come una lotta tra diversi casati in un futuro in cui sia i primi che i secondi sanno di essere non creature naturali ma frutto di mutazioni genetiche a partire da un virus, ora tutto sembra centrato sul sangue, come dice il didascalico titolo. Il sangue dei casati, degli anziani e dei rapporti madre figlio, il sangue dei vampiri che non è solo fonte di vita ma in questa saga anche portatore di memorie e infine il sangue come oggetto del contendere. Tutti vogliono il sangue di qualcuno per i propri esperimenti. E alla fine, anche stavolta, il racconto non si esaurisce con questo film.

Il graal della serie Underworld è infatti la creazione della specie perfetta, ibrida tra vampiri e lupi mannari, dotata dei poteri di entrambi e anche di più. Al centro di tutto sempre lei, Kate Beckinsale, immortale corpo inguainato a 43 anni come a 29, madre, guerriera, ribelle e ora leader. Lineamenti spigolosi ed occhi piccoli perfettamente a suo agio nell’universo a metà tra gotico e videoclip dei Nine Inch Nails, plausibile anche nei momenti più assurdi. La sua dedizione alla saga ha come paragone solo quella (più impressionante) di Milla Jovovich a Resident Evil, per quanto non sia in grado di profondere la medesima energia cinetica, il medesimo senso del movimento e dello sforzo. La sua è una recitazione di volto e corpo più che di movenze (sempre un po’ goffe) ma tanto basta. Se c’è un fisico e un’espressione che hanno senso nei panni di un vampiro mutato, con poteri superiori agli altri e ibridato con un lupo mannaro, tutto stretto in una tuta di latex nero lucido mentre brandisce due pistole è il suo.

Selene è un personaggio complicatissimo, di poche parole ma tantissime svolte, qui ancora una volta subirà una mutazione e finalmente godrà della prima grande battuta in 14 anni di saga, una sentenza sussurrata in voce fuoricampo, così potente (considerato anche il percorso del personaggio) da suonare solenne come i proclami di Conan Il Barbaro: “Ho vissuto mille anni e potrei vivere per altri mille, oppure morire domani. Ma non ho più paura della morte perché già l’ho conosciuta. Sono rinata, i miei occhi sono stati aperti al mondo sacro e la promessa di quel che deve ancora essere. Non c’è inizio, non c’è fine, c’è solo il divenire”. Un manifesto della celebrazione del cambiamento, dell’evoluzione e della distruzione della tradizione che la saga propugna sotto una tonnellata di proiettili sparati, spade sguaianate, colonne vertebrali staccate e capriole volanti impossibili.

Film come quelli della serie Underworld puntano tutto sul loro look, sulla fotografia che sembra un perenne effetto notte, sulla mancanza di luce, il pallore, i cappottoni, l’arredamento kitsch tra pietre da castello britannico e mobilio da settecento francese. È un miscuglio spesso dissonante ma fortemente caratterizzante nel quale è complicato per gli attori inserirsi senza stonare. Non ci riesce mai Theo James, mentre un veterano dei ruoli potenti e austeri come Charles Dance sembra nato lì dentro. Non è da tutti. Ma in quei (a dire il vero rari) momenti in cui Underworld centra tutto, è uno dei racconti di pace attraverso la mescolanza e l’ibridazione contemporaneamente più popolari, confusi e diretti che ci siano.
Può non piacere, specie quest’ultimo film così pacchiano nelle molte scene d’azione e così farraginoso nel racconto, ma si è guadagnato un indubbio rispetto.

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