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5.5.17

Gold (id., 2017)
di Stephen Gaghan

Dire che Gold sia figlio di The Wolf of Wall Street non sarebbe corretto, sarebbe un eufemismo.
Da Scorsese questo film prende quasi tutto. Stephen Gaghan ne imita il passo, la ricerca di un ritmo attraverso l’unione di movimenti di macchina e stacchi, l’alternanza di velocità e stasi, quel modo insomma di comporre a due mani (stacco e movimento) per raccontare storie in cui i protagonisti sono immersi in un oceano di piacere deprecabile, tanto desiderabile quanto spaventoso. Così facendo Gold mette in scena uno spettacolo godibilissimo. Peccato che non sia farina del suo sacco.

Come già quella di Jordan Belfort interpretata da Di Caprio anche questa è una storia vera che ruota intorno all’ossessione per il successo economico, per il raggiro e per la celebrazione di quello che negli anni ‘80 era il trionfalismo economico, come quello fosse lo specchio di una depravazione che prendeva derive più evidenti tra droga, alcol e donne. Senza raggiungere le punte di abiezione di Belfort, la storia dell’impero minerario di Kenny Wells, di come sia crollato e tornato in piedi più forte che mai, è anch’essa un modo di guardare l’impero dei sensi, temendone gli abissi.
È la maniera più affascinante e coinvolgente di guardare il delirio da alcol e successo di quest’uomo: non condannarlo, non approvarlo ma essere attratti dalle sue componenti eccitanti e al tempo stesso spaventati dalle conseguenze.

La parte più originale di tutto ciò, quello cui Stephen Gaghan sembra interessato è la selettività dell’ambiente finanziario, cioè ritrarre le grandi società come famiglie nobili che fanno accordi ma non accettano i parvenu danarosi come loro pari, un sistema che propaga se stesso e perpetua il proprio potere. A questo è molto funzionale l’interpretazione elefantiaca di Matthew McConaughey, gigante ingombrante che letteralmente possiede un film che più avanza più pare un veicolo per quest’attore. Non c’è nulla che non avvenga per lui, intorno a lui o a partire dalla possibilità per il suo personaggio di mostrare un’altra espressione ancora. Tutto fantastico, perché McConaughey è impeccabile, ma anche inevitabilmente tedioso a lungo andare, incline alle grandi sentenze pronunciate a favore di camera, specie quando di questa storia che sorprendente lo è davvero, si desidererebbe approfondire anche altro.

Per fortuna un gran finale in cui Gaghan prende le distanze dal maestro che ha imitato fino a quel punto e sceglie di lavorare in maniera classica sul twist inaspettato, lascia un buon sapore in bocca.
Se insomma si ha il buon cuore di perdonargli i suoi peccati veniali, Gold sa conquistarsi con i denti storti del suo Kenny Wells una strada tutta sua nella memoria dello spettatore.

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