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6.5.17

Maradonapoli (2017)
di Alessio Maria Federici

I documentari dell’assenza, quelli che raccontano qualcuno o qualcosa tramite la mancanza del soggetto in questione, sono un genere a sé e funzionano tutti per negazione. Non mostrano quello che ci si aspetta, evitano il già visto o già sentito sapendo bene di frustrare lo spettatore, ma riescono così a scartare le banalità e battere nuovi percorsi, evitando agiografie e tutte quelle comfort zone meno stimolanti del documentario. Maradonapoli si iscrive in questo solco nel momento in cui decide di non mostrare nemmeno un secondo di calcio giocato, nemmeno un’immagine nota di Maradona, anzi non mostrando quasi per nulla Maradona, eccezion fatta per un paio di brevi estratti da interviste e qualche immagine in giro per Napoli. In totale meno di due minuti.

È il grande pregio di questo documentario sull’incidenza del calciatore argentino nella cultura popolare napoletana. Sfuggendo ogni luogo comune sportivo e abbracciando invece in pieno il folklore, immergendosi in esso fino a che smette di essere pregiudizio o stereotipo e comincia ad acquistare un senso profondo, Maradonapoli senza cercare la strada intellettuale si apre ragionamenti sull’epica, sulla politica dei gesti quotidiani e sulla potenza di una narrazione popolare. Elevare i discorsi più banali ammassandoli, presentandoli e ordinandoli fino formare un ragionamento tramite parole altrui.

Il limite principale del documentario allora è l’indugiare in una ricerca formale immotivata e dannosa, così desiderosa di mostrare la propria sofisticazione da sfociare più volte in inquadrature sbilenche e poco chiare se non proprio fastidiose per l’eccesso d’artificio. Dall’altra parte poi, con ancora meno motivazioni, Maradonapoli eccede anche nel contrario, in momenti di tremendo kitsch come la partita di calcio in strada tra bambini mostrata con un mellifluo rallentatore che grida vendetta. Un naufragio del gusto.

Non siamo insomma di fronte a Questa Storia Qua, altro documentario fondato sull’assenza del proprio soggetto (Vasco Rossi), ma formalmente ardito e sublime. Maradonapoli non riesce o non vuole lavorare sull’immagine di Maradona e nemmeno su quella di Napoli. I tanti stimoli riguardo l’impatto culturale di un giocatore su una città sono un fiume di parole che non si accoppia mai ad una sintesi visiva e questo nonostante l’iconografia di Maradona sia molto forte e molto presente in tutto il film (ma nella forma di statuine, iconette, ceramiche ecc. ecc.). Non era indispensabile né richiesto, sia chiaro, il documentario sa farsi bastare il lavoro sul testo, è solo un peccato.

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