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29.5.17

L'Amant Double (id., 2017)
di François Ozon

CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES
Dopo un film come Elle questo L’Amant Double di François Ozon sembra una recita dell’asilo: il minimo dell’ardire unito al massimo del ripetere.
Dopo cioè che Paul Verhoeven ha rimesso in gioco le carte dei legami tra sesso, psicologia e thriller al cinema, puntando su una nuova visione del rapporto della donna con il proprio corpo, la propria sessualità e la maniera in cui la società la concepisce, quello che Ozon mette in scena appare ancora più vetusto, superato, noioso e puerile di quanto non sarebbe apparso anche solo un anno fa.

Il regista francese in primis manca l’obiettivo della tensione, nonostante tenga tantissimo ad animare la presenza di un mistero, cioè del fatto che la sua protagonista, innamoratasi dello psichiatra che l’ha curata scopre e incontra il gemello nascosto di quest’uomo. Se con lo psichiatra vive una storia d’amore quieta e domestica, con il gemello sessualmente disinibito sperimenta e si spaventa, osa e finisce in un vortice di violenza e ardore, in cui i sogni giocano una parte importante. Ma chi è questo gemello di cui pare non si possa parlare? Che è successo nel loro passato con Sandra?

Poteva essere la trama di un film di De Palma degli anni ‘80 quella di L’Amant Double ma lo stesso non avrebbe mai potuto nemmeno stare accanto a quelle opere per quanto poco sappia spiazzare o anche solo eseguire bene. Poteva essere un’operazione vintage, un film come se ne facevano una volta se non fosse che il discorso sul corpo (specie se femminile) al cinema è completamente cambiato.
Il corpo femminile per L’Amant Double è quello della vittima dell’horror, un corpo che scatena desiderio e teme di subire la possessione, uno che è in pericolo perché attraente. Oggi invece il corpo della donna al cinema è potente e dominante, se ha problemi o vive situazioni pericolose non lo fa da vittima in fuga, da povera indifesa, ma da combattente.

Se il cinema di oggi non racconta più quei labirinti mentali che invece ripropone Ozon un motivo c’è. Oggi, nel discorso cinematografico (che, si badi bene, non è né il mondo reale né il discorso che avviene nel mondo reale sul corpo e sul ruolo della donna) non è più o angelo o diavolo, o madre o oggetto sessuale. Sullo schermo questa dicotomia è superata ma Ozon sembra non saperlo quando racconta di una donna che ha rapporti con due gemelli che fanno da specchio alle sue due anime: da uno ha la parte rassicurante di un rapporto, dall’altro quella pericolosa ed eccitante. Questa vecchissima dicotomia non tocca alcun nervo scoperto, non scandalizza nessuno, non scopre alcuna parte oscura della psicologia umana e ha l’unico risultato di far apparire il film datatissimo.

Come se non bastasse poi Ozon ricorre ad una serie di immagini vecchie e abusate tra le quali si distingue per ingenuità il moltiplicarsi di specchi che riflettono le immagini dei personaggi (raddoppiandole!) e che nell’assurdo e ridicolo finale addirittura si rompono come si rompe il giogo mentale. Una follia.

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