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17.9.17

Leatherface (id., 2017)
di Alexandre Bustillo e Julien Maury

Non c’è nessuna invenzione nel passato di Leatherface. Non c’è nessuna trovata in questo prequel in grado di dare una lettura complementare o anche solo aggiuntiva agli eventi e i personaggi di Non Aprite Quella Porta. Il mostro con la motosega che in quel film del 1974 aveva segnato l’immaginario e dimostrato che l’horror poteva essere anche un’altra cosa, nel racconto delle sue origini non si arricchisce né si impoverisce. A Leatherface (il film) non interessa proprio andare a toccare il senso e la potenza devastante e rivoluzionaria di quella figura, nonostante sia pieno di riferimenti a quel film, è come se narrasse la personalità di qualcun altro. Addirittura riesce a trascurare la componente più potente di tutto Non Aprite Quella Porta, cioè il suo scenario.

La famiglia Sawyer è un nucleo di sanguinari che educa i suoi figli alla violenza, che mette a tavola la motosega invitando il piccolo Leatherface a massacrare la vittima di turno e che uccide con metodo e per divertimento, ma non sono i drop out dell’America profonda, non sono raccontati mettendoli a contrasto o confronto con il resto della società. Sono solo dei sanguinari in un film che non vuole inserire i suoi personaggi in uno scenario più grande.
Semmai quello che vuole fare Leatherface è giocare un po’ al gatto con il topo con lo spettatore. Dopo averlo mostrato bambino, preso dalla polizia e sbattuto in un manicomio, salta a diversi anni dopo ma senza dire chi dei molti matti al centro degli eventi sanguinari sia il protagonista. Lo scopriremo con il tempo.

La corsa dei matti fuori dal manicomio, inseguiti da un poliziotto ancora più sanguinario non ha mai davvero il sapore della “formazione di sangue” e il meglio lo dà con Jessica Madsen. Il suo è un personaggio accessorio per il cuore della storia che tuttavia conquista il centro della scena grazie alla presenza e alla concretezza marcia della sua attrice. Che non è il massimo per un film che dovrebbe in realtà avere qualcun altro al centro di tutto, che dovrebbe essere memorabile per la sua capacità di giocare di scambio e dialettica con un altro film a cui fa da entrata sul retro. Rubando molto al film del 1974 (una su tutte l’idea di avere i protagonisti imbrattati di sangue dalla testa ai piedi) non contribuisce mai alla sua mitologia. Addirittura a tratti sembra più il prequel di La Casa dei 1000 Corpi.

Il lato positivo di questo film è allora quello almeno di mettere in scena una galleria degli orrori di livello. La storia di Leatherface se non altro è una sequela di morti efferate, di violenza insensata, di massacri più o meno creativi e perversioni malate (la scena migliore è quella di un amplesso con cadavere annesso, non solo ripugnante ma anche innamorata del proprio schifo). Peccato che troppo spesso Alexandre Bustillo e Julien Maury taglino in fretta via dal gore, che riprendano le parti più efferate alla svelta cercando di tenerle sotto gli occhi del pubblico.
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