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24.1.18

Made in Italy (2018)
di Luciano Ligabue

Per dirlo con la metafora più banale che si possa tirare fuori parlando di un musicista-regista, il film di Ligabue è tutto fuori tempo. Non è stonato, perché i singoli comparti lavorano bene insieme e nonostante in più di un momento si abbia l’impressione di una caduta di stile, non è mai perché la messa in scena non sia calibrata o armonica (altro discorso su quanto poco Ligabue tiri fuori dai singoli professionisti, attori in primis).

Made In Italy è proprio tutto fuori tempo perché non centra mai il ritmo giusto mentre tenta un’operazione difficilissima che proprio del giusto ritmo avrebbe avuto bisogno. Il terzo film di Luciano Ligabue non vuole raccontare una storia lineare e canonica, con i consueti tre atti, un equilibrio che si rompe e una ricomposizione finale, ma fare un ritratto per ellissi di un momento nella vita di un uomo come molti. Non l’eccezionalità di un intreccio interessante ma l’ordinarietà della vita.

Quest’impresa molto complessa nel film non riesce mai ad avere quel respiro in grado di rendere i singoli momenti (un amico licenziato, un litigio, un ritorno, un viaggio piacevole, una serata scema…) specchio di qualcosa di più grande, si ha sempre l’impressione che arrivino troppo tardi o troppo presto, che durino troppo senza una vera ragione, che tornino come un tormentone ad infestare il film o che vengano risolti troppo in fretta. Tutto un altro ritmo rispetto al suo esordio, Radiofreccia, che invece era sorprendentemente calibrato e diretto per essere un’opera prima o quantomeno molto sincero.

Made In Italy, propone la vita di un operaio in una compagnia che confeziona insaccati, padre di un figlio che sembra interessarsi a lui come se fosse il genitore e che, anche se non è particolarmente coinvolto ideologicamente, va a manifestare a Roma per i propri diritti (in quella che è una delle peggiori scene con manifestanti contro polizia di tutto il cinema italiano recente) e ci prende le botte. La permanenza in ospedale però sarà solo una delle molte disavventure vissute individualmente (tra amici, slot machine, auto e amanti) e in coppia con una moglie che lo ama tra mille difficoltà.

Tutto questo darà adito a diverse tirate moralistiche, grandi discorsi che non hanno la tenera ruffianeria adolescenziale del monologo radiofonico di Ivan “Freccia” Benassi ma una prosopopea demagogica strappapplausi fastidiosa, che sembra provenire da qualcuno educato a brutti film italiani impegnati che ne scrive uno anche peggiore dei propri miti. È così, con questa voglia di associare ingiustizie sociali e personali, di mostrarsi innamorato della semplice e sfortunata popolarità che Made In Italy affianca drammi, sfighe e felicità con una meccanicità finalizzata a mostrare gli alti e bassi della vita. Uno a fianco all’altro.
A intervallarli ci sono scenette musicali con canzoni dell’omonimo album di Ligabue, inserti che è davvero impossibile non percepire come forzati, l’ennesima frattura in un film che ha ormai rinunciato a trovare un’armonia e quindi un senso.
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