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17.2.18

A Casa Tutti Bene (2018)
di Gabriele Muccino

Benché i film di Gabriele Muccino non siano legati tra loro (eccezion fatta per L’Ultimo Bacio e Baciami Ancora) esiste una costante in parecchi di essi, che è la famiglia Ristuccia. Era un Ristuccia il protagonista di Come Te Nessuno Mai, lo era quello di Ricordati di Me e anche il ragazzo di L’Estate Addosso. Lo sono infine anche quelli di A Casa Tutti Bene. È un legamente spirituale più che di trama, fatto di famiglie complicatissime, in cui sembra impossibile essere davvero liberi di esprimersi come individui ma a cui è altrettanto impossibile rinunciare, una condanna che nessuno sembra anche solo ipotizzare di mettere in discussione.

Stavolta i Ristuccia si riuniscono per celebrare le nozze d’oro di mamma e papà, e lo fanno su un’isola in cui hanno una casa di proprietà. Già dall’inizio intuiamo la presenza di forti tensioni tra i familiari, ma il fatto inaspettato di dover rimanere sull’isola più del dovuto a causa del maltempo non farà che acuirle fino all’esplosione. Sono tantissimi i personaggi questa volta, ognuno interpretato da un attore o un’attrice importante, ognuno dotato di una sua storia personale e connessa alle altre. Anche solo iniziare un film così, spiegare al pubblico e mantenere chiari i rapporti di parentela che esistono tra i singoli personaggi (chi è fratello di chi? chi è ex moglie di chi? e chi è il cognato e da quale parte?) sarebbe un incubo per qualsiasi regista, senza contare poi dare adeguato spazio a tutti. Invece Muccino riesce a raccontare tutto senza passare per grandi spiegoni o voci fuoricampo salvifiche ma anzi come fossero informazioni che vengono a galla naturalmente, come l’avessimo sempre saputo.

È solo una delle molte raffinatezze di un film complicatissimo da realizzare che alza l’asticella dello scontro tra sessi e generazioni, tra classi e visioni di mondo. Tutto in Muccino è difficile da conciliare, così difficile che prende la via della furia più spesso di quella della calma. E tanto i personaggi sembrano ribollire, tanto il film riesce ad essere controllato nel seguirli. Fin dai suoi primi film infatti questo regista ha messo a punto uno stile di direzione degli attori unico, immediatamente riconoscibile, che gli consente di far fare a loro parte del lavoro che solitamente si sobbarca la messa in scena, la musica o il montaggio, così da poter alzare la pressione senza suonare fasullo.

Perché nonostante nell’astuccio di colori di Gabriele Muccino non ci siano pennini dalla punta fine, ma solo pennarelli a punta grossa, non significa che i suoi disegni vengano meno precisi. Lui, come pochi altri, riesce a lavorare con i segni marcati, le passioni esagerate, le grandi paure, le reazioni rabbiose e le grida di odio, mantenendo un controllo e un ordine che altri film più minimalisti si sognano. Ci vuole una capacità di raccontare e una padronanza del mezzo pazzesche per riuscire in questo, per non cedere un passo dalla messa in scena di tensioni titaniche o del mare in tempesta dei sentimenti, e riuscire lo stesso ad essere rigoroso nel racconto.

E anche se A casa tutti bene non è uno dei suoi film più riusciti, esprime lo stesso un’idea ammirabile di cinema commerciale, che desidera parlare ad un pubblico grandissimo regalandogli uno spettacolo di lacrime e turbamenti simile a quello del melodramma classico ma con l’intensità e il ritmo del cinema moderno. Uno così pieno di attori in cui Sabrina Impacciatore ha margine per una frecciatina meschina sussurrata in mezzo alla gente che apre squarci imprevisti sul suo personaggio, in cui Accorsi spiazza giocando di rimessa e rifiutando la centralità a favore di Pierfrancesco Favino, fratello con la testa sulle spalle e la seconda moglie sbagliata a cui pare rassegnato, che invece fa il falso protagonista.
C’è insomma da rimanere ammirati questa volta dalla complessità del tentativo di Muccino e da come lavori in scrittura, sul set e in fase di montaggio, anche se alla fine approda lì dove è già approdato in passato, arrivando alle medesime conclusioni nelle medesime maniere.
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