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25.2.18

Human, Space, Time and Human (Inkan, gongkan, sikan grigo inkan, 2018)
di Kim Ki duk

PANORAMA
BERLINALE
C’è da chiedersi come sia potuto accadere che un cineasta in china discendente ma di certo non finito né arrivato alla fase senile della sua carriera come Kim Ki duk, capace ancora di centrare momenti ottimi in film magari non eccezionali, abbia potuto realizzare Human, Space, Time and Human. Per almeno tre quarti del film la realizzazione è da qualsiasi punto di vista sotto ogni standard accettabile e solo nel finale recupera un po’ della sua forma particolare di animismo che nei momenti migliori ha saputo rappresentare il bianco della purezza con una chiarezza ed un’evidenza pazzeschi, ma sempre passando dal nero della violenza senza sconti. C’è da chiedersi come mai sia accaduto un film come questo perché raramente un cineasta di primo piano ha avuto il coraggio di presentare qualcosa così povero fin dai presupposti.

Un gruppo di persone è su una nave. Non sappiamo come mai, non sappiamo con quale scopo né quale sia il loro viaggio, ma tutti sono su questa nave da guerra (non da crociera) e sono evidentemente rappresentanti di diversi segmenti della società. Un importante politico, il comandante della navi e i marinai, una coppia di sposini ingenui, dei truffatori, dei malavitosi, delle prostitute, un anziano che appare come un monaco e una coppia purissima vestita di bianco). Su questa nave sono in viaggio e ben presto, nel primo capitolo chiamato Human, iniziano i contrasti tra chi vuole dominare, chi subisce, chi non ci sta e chi prospera.

La natura metaforica del film inizia a venire fuori quando comandante e senatore mangiano a tavola mentre agli altri è servito un rancho insipido, tutti si chiedono perché, solo pochi si ribellano ma la malavita già si è associata con il potere e seda le proteste. Come se non bastasse nel segmento Space la nave prenderà il volo e finirà tra le nuvole tra lo sconcerto generale e la crescente paura che le scorte di cibo finiscano. La violenza è all’ordine del giorno, stupri, omicidi e prevaricazioni, senza che nessuno davvero faccia qualcosa (nemmeno il comandante della nave!) e senza che sia chiaro perché. Mai come in questo film a Kim Ki duk non interessa dare ragioni e motivazioni, perché non gli interessa creare dei personaggi, ma solo agitare stereotipi per il suo metaforone tra chi cerca di creare un futuro e chi consuma il presente.

È questa la parte peggiore di tutto il film (e la più lunga) in cui gli eventi accadono contro ogni logica, scatenando solo fastidio. Arrivati al capitolo Time finalmente giungeremo nella “zona Kim Ki duk”, quel momento in cui la violenza comincia a unirsi ad immagini che evocative lo sono sul serio, intuizioni tra la filosofia orientale e la crudezza del mondo che viviamo capaci di spazzare via il bisogno di parole. Ma è pochissimo, davvero pochissimo, dopo un’ora e mezza di follia girata male, recitata peggio e scritta senza nessuna coerenza. Un finale con il ritorno di Human riporterà il film nei lidi peggiori, lasciando la netta impressione che stavolta qualcosa sia andato davvero troppo storto per essere raddrizzato.
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