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23.3.18

Peter Rabbit (id., 2018)
di Will Gluck

Sempre di più nei cartoni animati contemporanei che mescolano animazione e cinema dal vero (come è stato il successo dei nuovi Puffi o quello di Alvin un po’ di anni fa) i veri cartoni e la vera attrazione sono gli attori in carne ed ossa. I personaggi animati non hanno grandi personalità, né grandi storie, sono pretesti per far muovere gli attori spesso molto noti, come fossero loro i cartoni. Come se in realtà, in un film in cui il personaggio del titolo è quello disegnato, fossero in realtà i loro compari o le loro nemesi a seconda dei casi a prendersi tutta la luce e giustificare un biglietto staccato.

Peter Rabbit non ha una grande idea su come trasformare i personaggi di Beatrix Potter, cioè il massimo della tradizione, in qualcosa di cinematografico buono per entrare in competizione con il resto della produzione per ragazzi. L’immaginario della disegnatrice e scrittrice britannica (a sua volta al centro di un film biografico qualche anno fa, Mrs. Potter) è abbastanza preciso, molto caratteristico sia nel tratto che soprattutto nel tono dolce (che poi è quel che ne ha fatto la fortuna), ed era evidente che non avrebbe mai potuto abitare un film replicando proprio quel tono lì, doveva necessariamente assumerne un altro. Purtroppo questo è stato l’ambito in cui è stata fatta la minore fatica. Peter Rabbit è qui il classico personaggio dei cartoni metacinematografico, che sa di essere “scritto” che abusa di modernismi e di musica rock contemporanea, le parole che pronuncia e l’aria sbruffona lo definiscono.

Con pochissimo spazio ai comprimari animati tutto il film è un duetto tra lui e Domhnall Gleeson (nipote della sua nemesi storica, mr. McGregor), in lotta feroce per l’amore di Bea, la donna che funziona da avatar di Beatrix Potter (è disegnatrice e disegna con lo stile della Potter proprio quei coniglietti che adora e che vivono nel suo giardino). Gleeson fin dall’entrata in scena come commesso arrivista di un grande magazzino di città è formidabile, ha un tempo fantastico e come avevamo già visto in Barry Seal, un talento comico chiaro. È lui il vero protagonista, l’anima che dà al film quella poca forza che ha. È caricaturale ma non troppo, umano e contemporaneamente perfettamente credibile quando viene sballottato come fosse un cartone.

Peter Rabbit invece è noioso e borioso, senza che queste due caratteristiche vengano ammesse esplicitamente dal film che invece pensa di avere un protagonista simpatico. Moderno solo per atteggiamenti svogliatamente da teppista e per la parlata rapida e il linguaggio contemporaneo, Peter Rabbit oscura tutti gli altri conigli e animali, il suo mondo di fatto non esiste, esiste solo lui e la sua coolness creata a tavolino (dunque inesistente) che combatte una guerra più fisica che mentale contro un umano. Eppure è sempre quest’umano il personaggio con cui è possibile empatizzare nonostante sia presentato come meschino, perché è lui l’unico dotato sia di una profondità sia della capacità di far ridere come un cartone animato.
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