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25.3.18

Ready Player One (id., 2018)
di Steven Spielberg

In qualsiasi visione pessimista del futuro è incorporata una visione pessimista del presente. Solo spostata un po’ in avanti, esasperata nelle conseguenze e immaginata nelle sue implicazioni più eccessive. Così, a partire dalla retromania dei nostri anni e dalla maniera in cui le nostre vite e le nostre relazioni personali si sono spostate anche online, lo sceneggiatore di L’incredibile Hulk e X-Men 2 Zak Penn assieme a Ernest Cline (autore del libro da cui tutto è tratto il film) hanno immaginato un futuro in cui vita online e vita reale non siano fuse come ora ma contrapposte, due mondi distinti in cui vivere definendo se stessi a partire dai simboli dei consumi culturali (pop). O si sta in un mondo, il nostro cioè quello reale, o si sta nell’altro, quello virtuale, chiamato Oasis che funziona esattamente come i funzionano i videogiochi in multiplayer, tramite i meccanismi di ricompensa per chi ci passa più tempo. Questo fa che al cinema Ready Player One sia una storia che contrappone sia nel significato che nell’azione come i personaggi vivano qualcosa in Oasis mentre nel mondo reale succede altro.

Nel trasporre il libro la volontà di Spielberg è andata evidentemente nella direzione di una fiducia e una speranza nel ribaltamento del dominio del virtuale sul reale. Tutto l’impianto di Ready Player One si basa infatti su un futuro in cui l’America “ha smesso di lottare per quel che importa”, come dice la sceneggiatura, è un paese allo sfascio, povero, derelitto e in cui le persone si accontentano di vivere in baraccopoli sviluppate in verticale, versioni fatte di ponteggi e camper dei grattacieli che l’hanno sempre caratterizzata. In questo futuro in cui il mondo è un posto terribile, Oasis non è un universo virtuale ingannevole come spesso sono i mondi finti al cinema, ma desiderabile, onesto e godibile.

In Oasis trovano soddisfazione le più classiche fantasie escapiste da videogame, ma è anche chiaro dalle peripezie dei protagonisti che si tratti di un luogo in cui i sentimenti non sono meno reali che nel nostro (perché siamo sempre noi a provarli), in cui l’inganno dell’interagire con persone di cui non si conosce la vera immagine non è un problema e che lì si possono stringere legami autentici anche senza conoscersi nel mondo vero. Proprio per questo poi quando il finale dà una spallata improvvisa, e un po’ stonata, verso la supremazia della realtà nel campo dell’autenticità si avverte lo stridore dell’accostamento forzato.

Non è tuttavia questo il problema di un film di impeccabile realizzazione e fantastico intrattenimento. La grande corsa verso il ritrovamento dei tre oggetti nascosti nell’immenso mondo virtuale che garantiscono a chi li trovi la proprietà della compagnia multimiliardaria che lo regola, è esso stesso un film anni ‘80 in cui i ragazzi sono protagonisti di un’avventura (un film di Spielberg dentro un film di Spielberg), ambientato però in un mondo così complicato per chi non è avvezzo alle regole dei videogame da necessitare moltissime spiegazioni a parole, anche da un maestro della narrazione per immagini. Quel che vediamo sono i protagonisti competere in una gara e spiegando cosa stia accadendo e lasciando poco tempo allo sviluppo delle loro relazioni, che infatti più che evolvere cambiano repentinamente. Che non è assolutamente da Spielberg.

Non sembra fuori luogo sostenere che era lecito aspettarsi di più, anche se il compito era obiettivamente complesso. Soprattutto perché, concentrato nel trovare l’equilibrio che più gradisce nella diatriba tra reale e virtuale, Spielberg trascura l’angolatura che invece gli è più propria, quella che vede il creatore di Oasis, l’uomo che ha plasmato il mondo fatto di citazioni pop, come un regista, un narratore che crea universi che non esistono ma sono migliori dei nostri. La parte in cui i personaggi finiscono dentro Shining è quasi didascalica in questo per quanto registicamente goduriosa (Spielberg rifà Kubrick alla precisione, grana compresa, ma riesce a lavare via tutto il terrore dalle scene che conosciamo come paurose) e tutta la vita in un altro mondo è la vita nei film, meno noiosa e più scorrevole, come diceva Truffaut. Peccato che non ci sia né modo né tempo di inseguire questo punto di vista personale in un film impegnatissimo a spiegare le dinamiche dei videogiochi perché la trama sia comprensibile a tutti.
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