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6.6.18

Rabbia Furiosa (2018)
di Sergio Stivaletti

Nasce dagli spaghetti western e dal cinema di genere italiano degli anni ‘70 e ‘80 questo Rabbia Furiosa (lo dichiara subito la colonna sonora con un inconfondibile fischio), non a caso diretto da Sergio Stivaletti, vero eroe degli effetti speciali analogici di quell’era, collaboratore di fiducia di Dario Argento per qualsiasi cosa venga squartata, qualsiasi pelle muti o qualsiasi mostro appaia. È un film che fieramente proviene da un’altra epoca del nostro cinema e non lo nasconde, in un trionfo di ingenuità riesce addirittura a mettere in scena (attenzione: è tutto ambientato ai giorni nostri) un hippie vestito come negli anni ‘70 davanti al quale passeggia un uomo simile a Pasolini che viene chiamato Pierpaolo (mentre cammina legge un libro!). Tutto prima che si arrivi all’agognato finale in cui Stivaletti possa dar fondo alla sua arte e mettere in scena le violenze indicibili.

Questo viaggio indietro nel tempo dentro all’industria del cinema italiano rende possibile una diversa versione della storia del Canaro, cioè un’altra versione del fatto di cronaca che vede un toelettatore di cani vessato da un ex pugile prendersi, al culmine delle malefatte, una rivincita violentissima. Se nella visione di Garrone non c’è nessuna vera rivincita violenta, qui è vero l’esatto opposto.
Questo film è quasi una risposta a Dogman (anche se deve essere stato realizzato più o meno nello stesso momento) ed è curioso quindi che anche Stivaletti prenda le distanze dalla realtà, inserendo in Rabbia Furiosa tantissimi elementi di fantasia, che nel suo caso non sono solo non avvenuti ma proprio borderline con il fantastico.

Ed è la parte migliore! In Rabbia Furiosa sembra che il fantastico sia contenuto a grandissima fatica, che come il film osi un po’ di più gli scappi inarrestabile da tutte le parti qualcosa di irreale, regalando attimi fortissimi, come il cinema italiano non fa più.
Nella versione di Stivaletti il Canaro comincia a cambiare il corso della sua vita quando assume una nuova droga che gli viene chiesto di spacciare, una specie di liquido verde chiaro che, come la pozione di Asterix, dà euforia e anche un aumento di forza, ma come il siero di Logan rischia di uccidere chi la assume. E nel gran finale atteso da tutti (soprattutto da Stivaletti) prima che parta la vendetta, in una notte tragica alla presenza della Luna piena, furioso, il canaro inizierà ad urlare “chiamando” altri cani che arrivano intorno a lui ad ululare. Tutto è un pretesto per arrivare a questa vendetta a quella rabbia furiosa che il titolo annuncia, perchè alla fine questo interessa al film davvero, ritrarre un uomo accecato da tutto pronto a diventare bestia e compiere atti bestiali. Peccato che non ci sia anche la fermezza di centrare tutto quanto il film, non solo l'ultima parte su questo.

La vendetta ovviamente sarà sia violentissima che inquadrata in primo piano, proprio perché vera protagonista. Stivaletti dà fondo al meglio del suo repertorio di protesi e repliche di arti e organi, mettendo in scena con dovizia tutti gli atti del processo e le leggende metropolitane sulle violenze che il vero canaro avrebbe inferto alla sua vittima. Per amanti del genere è una goduria. Tale è la soddisfazione di genere, gore ed efferata che grazie ad essa è possibile anche facilmente sopra ai difetti che il film maschera con lo stile d’epoca: una recitazione non eccezionale (incluso De Filippis, il protagonista, sempre in dovere di fare il bravo attore) a fronte di una scelta di volti impeccabile e una divisione del mondo netta come in un film di Di Leo tra violenti e purissimi (solitamente le donne), suonano oggi talmente datate da essere quasi vintage, cioè da raggiungere quell’empireo fascinoso del richiamo ad altri tempi.
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