Cosa ci piace in Tuttapposto? Nel senso: cosa è che agli spettatori italiani piace in questo film?
Perché Tuttapposto non ha niente di proprio e tutto di derivato, copiato, riutilizzato e rimescolato dalla nostra tradizione. Non si basa su un singolo altro film ma sul complesso delle commediole italiane, ne ricalca pedissequamente tutto non discostandosi mai, nemmeno per un secondo, dal piccolo manuale del film italiano medio, quello che ha sempre funzionato (con i suoi alti e i suoi bassi) e che pur non piacendo davvero a nessuno non ha mai dispiaciuto.
In prima linea c’è la tecnologia e uno spunto moderno come pretesto narrativo (un gruppo di studenti, frustrato da raccomandazioni e nepotismi in un’università di provincia siciliana, elabora un’app per valutare i docenti, esponendone le malefatte), ovviamente non sarà mai una possibile soluzione perché la tecnologia non è mai la risposta nel cinema italiano e quindi porterà problemi, sarà il mezzo con cui i protagonisti sono truffati. Sempre diffidare di internet mi raccomando. C’è un protagonista non bello, non atletico, non cool, non desiderabile, una persona normale mediamente vile che trova un po’ di coraggio e c’è una ragazza straniera bella che si innamora di lui non si sa perché (la commedia italiana sembra raccontare da sempre solo di uomini mediocri senza qualità di cui si innamorano ragazze straordinarie). C’è l’alleggerimento comico, un cast di comprimari caratterizzati non come persone ma come bozzetti (il maniaco di Tripadvisor, il lecchino senza limiti, l’attivista di sinistra, la ragazza idealista…), unico modo che la commediola italiana conosce per creare personaggi secondari. E c’è l’attore noto nel ruolo prestigioso (Luca Zingaretti, padre del protagonista e rettore/villain dell’università). Se posso avanzare una critica, manca il personaggio iper-localizzato e molto indietro (possibilmente un nonno) che fraintende tutte le parole moderne e gli inglesismi con termini dialettali dal significato opposto, possibilmente a sfondo sessuale. Infine non c’è mai vero conflitto ma schermaglie con un ministro della pubblica istruzione da macchietta e un intreccio faticoso da seguire, poco oliato e abbastanza lento.
Su tutto trionfa la più totale assenza di idee visive, bandite come la peste in omaggio all’eterna regola della commedia italiana, quella per la quale tutto deve essere rischiarato da luci chiare e naturaliste e ritmato da un montaggio invisibile. Che nessuno si faccia venire un’idea di regia!
Per usare una parola sola Tuttapposto è un film prevedibile, in cui niente prende di sorpresa e niente è curato, quindi niente avvince. Ci si innamora, si litiga, si parte, si ritorna e poi ci sono capovolgimenti di fronte presentati allo spettatore senza un lavoro che li carichi, gli dia senso o li renda significativi. Semplicemente avvengono perché sono sempre avvenuti, perché è così che funziona. Lo sappiamo noi, lo sanno loro. Non serve molto di più. Non è mai servito molto di più.
E allora cosa c’è che agli spettatori italiani piace? Perché questo modello (a dire il vero sempre più in crisi) funziona? È la promozione dell’idea consolatoria dell’Italia come un paese pieno di simpatia e buone idee, in cui nulla alla fine è mai davvero un dramma? È la conferma di ogni singolo stereotipo nazionale (curiosamente il film inizia proprio affermando di rifiutare gli stereotipi)? O forse quella strana comfort zone nella quale sappiamo che nulla ci turberà, nulla ci impegnerà, nulla accadrà che possa svegliarci ma il film lentamente ci cullerà sempre un passo dietro a noi e mai davanti a noi?
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