In mano ad uno specialista di biopic e pessimi film, Anthony McCarten (Bohemian Rhapsody, La Teoria Del Tutto, L’Ora Più Buia), I Due Papi poteva essere il punto più basso di una carriera eccezionale nei risultati ma pessima negli esiti artistici. Invece per la prima volta c’è da fare i complimenti proprio alla scrittura. Questa storia tra realtà e finzione, tra cronache vere e dialoghi inventati, mette a confronto due peccatori diversi che scopriranno ovviamente di essere più vicini di quanto non credano. E lo fa con il fine di celebrare Jorge Mario Bergoglio e spiegare al mondo Joseph Ratzinger.
A partire dai pochi giorni che i due hanno trascorso insieme poco prima che il secondo si ritirasse, il film imbastisce una storia di parole, fatta di dialoghi e camminate, che non annoia mai, anzi! Il suo segreto sta nel fatto che invece che mettere i due personaggi sullo stesso piano presenta Ratzinger come un cattivo e Bergoglio come qualcuno che deve ottenere qualcosa da lui, deve penetrare la scorza di una persona che gli è agli antipodi quanto ad approccio alla fede (ma in realtà alla vita). Fingendo di parlare di religione, o meglio partendo dalla religione, in realtà I Due Papi mette in scena due stili di vita, due personalità e due visioni di lavoro, mondo e umanità che entrano in un conflitto, attutiti dal diverso status dei due (uno è papa e uno no, uno deve ottenere un favore dall’altro).
Come in Jobs di Danny Boyle anche qui gli ambienti che i personaggi attraversano durante le conversazioni sono scelti con grandissima cura per accoppiarsi bene (sia in armonia che per contrasto) con il momento della conversazione che si svolgerà lì, sono esterni come interni ma sempre illuminati e curati per riflettere qualcosa. Inoltre a dare il passo controllato ma mai prolisso c’è il gusto sottile per il montaggio di Meirelles che di certo non scopriamo ora.
Più sorprendente è semmai che questo film, pur con tutta la moderazione di un’opera che ha delle velleità di ricostruzione di momenti reali e contrasti che hanno fatto la storia politica moderna, mostri delle vibrazioni da Young Pope, dei momenti cioè in cui far risuonare note grottesche e un po’ dissonanti per modernità e riferimenti pop, in un contesto sacrale come quello del Vaticano e degli appartamenti del papa.
Non tenero con Ratzinger, I Due Papi non fa che assestare colpi alla sua personalità, alla sua visione del papato, alla sua gestione delle questioni di chiesa e alla sua visione del mondo. Sostanzialmente lo picchia per tutto il tempo ma, come il cinema americano dell’epoca d’oro insegna, lo fa con l’esplicita intenzione di aumentare al commozione quando alla fine lo grazia, all’ultimo miglio prima che il film si chiuda, dando a lui il twist (atteso) di trama, cioè l’annuncio della fine del suo pontificato e la previsione di quello di Bergoglio. È un momento che non solo lo assolve, mostrandone la tenerezza, ma lo eleva dimostrandone l’intelligenza e l’acume.
Sarebbe facile dire che non poteva esserci nessun altro se non Jonathan Pryce e Anthony Hopkins, in realtà non è così, la sceneggiatura funziona benissimo da sé e la regia è attentissima. È semmai più corretto dire che la presenza di Pryce e Hopkins dona al film un altro livello di lettura ancora, quello di due attori completamente diversi, un barone del cinema e una seconda linea di grande lustro, che combattono con tecniche e modalità opposte per un fine comune.
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