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12.12.12

Tutto tutto niente niente (2012)
di Giulio Manfredonia

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PUBBLICATO SU 
Il connubio Manfredonia/Albanese è tanto amato dal duo e dai produttori quanto inefficace. Dopo È già ieri e Qualunquemente anche Tutto Tutto Niente Niente presenta i consueti difetti: lungo, raccontato male, poco divertente e sproporzionato nelle ambizioni.
La storia del politico calabrese Cetto La Qualunque viene triplicata affiancandogli altri due personaggi, il vecchio Frengo con tutti i suoi vecchi tormentoni (politico di area cattolica ammanicato con il Vaticano) e Olfo (leghista militante). I tre arrivano in parlamento a portare caos ognuno a modo proprio.

Se almeno Qualunquemente, pur nella sua povertà generale riusciva ad azzeccare due o tre momenti in grado di incrociare satira seria, con comicità onesta, qui si perde anche quello. La trama è un malloppo di scene, i tre personaggi sono sempre slegati e l'alternanza tra i loro segmenti di racconto è poco fluida. Insomma ci si annoia molto e si ride poco. Alla fine sono proprio i momenti di Cetto i migliori, quelli in grado di dire qualcosa, se non altro, sullo stato delle cose, sulla situazione e lo spirito del tempo.

Ma come se questo non fosse abbastanza, Tutto Tutto Niente Niente esagera anche dal lato della visione della politica italiana. Se Qualunquemente rimaneva confinato nelle zone regional-comunali, qui si prende di petto Roma e il centro del potere, trasferendo i luoghi canonici della politica in un imaginario quasi distopico (non a caso situato all'Eur, scenografia d'elezione di qualsiasi distopia italiana e di alcune straniere). Costumi esagerati, trucchi e acconciature da Hunger Games e iperboli grottesche (i parlamentari sempre indaffarati a giocare nei cortili del parlamento) sono il modo in cui Manfredonia sceglie di descrivere e fare satira sulla politica italiana, idea buona sulla carta (sebbene già battuta con più garbo e raffinatezza da Sorrentino) ma pessima nei fatti, non interessante nè straniante. Solo fastidiosa.

21.4.09

Generazione Mille Euro (2009)
di Massimo Venier

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POSTATO SU
Da tempi di crisi arrivano film che questa crisi la raccontano e Generazione Mille Euro nello specifico si occupa di tutta quella fascia di ragazzi al primo lavoro che non riescono a superare la soglia dei 1.000€, che non hanno certezze, non hanno un contratto che non sia a progetto e che per questi motivi di inquietudine non riescono spesso ad avere il coraggio anche solo di tentare di inseguire i sogni.

Il film di Massimo Venier tratto dal racconto di Incorvaia e Rimassa e sceneggiato particolarmente bene dall'autore con Federica Pontremoli racconta proprio di questo: di un ragazzo che lavora senza garanzie in una società di telecomunicazioni ma che è laureato in matematica e adora lavorare all'università, tuttavia precariato e esigenze lo costringono ad una posizione e un lavoro che non tollera senza tuttavia dargli anche sicurezze economiche. Similmente incontrerà due donne, una sul lavoro decisamente in carriera e pronta a "raccomandarlo", un'altra in casa più dimessa ma pronta ad inseguire i propri sogni. La scelta di vita sarà anche una scelta tra le due.

Tutto questo Venier lo racconta con una bravura e un'abilità assolutamente mai riscontrate nei precedenti lavori. Se la storia ha uno svolgimento canonico e a tratti un po' ruffiano (corse, musica pop e fascino adolescenziale) la forma con cui è raccontata è di prim'ordine!
Assieme Italo Petriccione (direttore della fotografia di fiducia di Salvatores) elabora un mood visivo per il film molto algido, compie scelte forti e coerenti su come riprendere la città (sempre spersonalizzata e condita di palazzoni), come riprendere gli interni e gli esterni (con tutti toni di grigio) e soprattutto su come riprendere i protagonisti (in esterno quasi sempre da lontano e con un forte zoom in modo da schiacciarli contro il paesaggio urbano).
Tutto insieme questo genera una sensazione di indeterminata prigionia in perfetta armonia con i contenuti del film. La forma esalta il contenuto, prendendo uno svolgimento ordinario e rendendolo in una parola: efficace.
E questo da solo è il segnale migliore che si potesse avere per un cinema come il nostro spesso poco attento alla forma (ma per fortuna questo è sempre meno vero).

Interessante infine il bellissimo umanesimo che pervade la pellicola. Cercando di dribblare quanto più possibile il buonismo Venier approda davvero ad una solidarietà civile che storicamente non appartiene molto al nostro cinema "di crisi". Solitamente i nostri film erano molto pessimisti sulle possibilità di aiuto e compassione da parte della società (oltre che da parte delle istituzioni) mentre qui, con approccio da Frank Capra, le persone si fanno forza e si aiutano a vicenda anche senza conoscersi. C'è uno spirito non rassegnato ma anzi pieno di ottimismo ragionato (e non dissennato) che è difficile non applaudire.