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8.7.05

Fargo (id., 1996)
di Joel Cohen

Visto per la seconda volta Fargo acquista molti ma molti più punti rispetto alla prima, innanzitutto per la narrazione diretta e asciutta, i fatti per quello che sono, le cose come si sono svolte, non senza però un tocco di piacere personale. In più di un'occasione i fratelli Cohen si riservano il diritto di deformare un po' la realtà a favore di un universo grottesco e ridicolo, dove niente può essere fatto seriamente e tutto è squallidamente caotico, privo di motivazioni ed etica.
La capacità che hanno i Cohen di narrare non si incontra di frequente, una rara sapienza nel mischiare i generi, gli stili e i registri, tutto illustrato con uno splendore formale che non smette di sutpire. In Fargo, ambientato in luoghi innevati, le idee su come filmare i paesaggi sembrano non finire mai, ed il divertimento nel narrare fatti anche tragici e squallidi si mischia a quello di illustrarli con meravigliosa pulizia. In Fargo anche la protagonista della storia con il suo fare curioso e perspicace da Colombo è squallida, nessuno si salva.
Ma ciò che più di tutto è da notare in questo film è la sua modalità di genesi, rarissima per un film hollywoodiano. I Cohen davvero sceneggiano concedendosi pochissime libertà un fatto di cronaca, prendono le cose per quello che sono e le romanzano, che è un fare decisamente più occidentale. Unico spunto autoriale della sceneggiatura il contrappunto della storia dello squallido compagno di classe della poliziotta incinta.
Evidentissime le influenze di Twin Peaks e soprattutto di Pulp Fiction, uscito solo due anni prima.





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