31.12.05

Un Americano a Parigi (An American In Paris, 1951)
di Vincente Minnelli

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Inutile parlare di un soggetto o di una trama per un film del genere, il cannovaccio è come sempre il medesimo: una storia d'amore potente e passionale che si scontra con un impedimento che sembra insormontabile ma che alla fine sarà sopraffatto.
Certo in questo caso è particolarmente labile la trama, ci sono anche alcuni buchi, ma ha davvero poco senso fermarsi di fronte a queste cose guardando un musical di questo tipo.
Punta altissima della carriera di Gene Kelly e di quel momento del genere musical (rimangono insuperate le opere con Fred Astaire degli anni '30), per il sottoscritto superiore anche al ben più noto Cantando Sotto La Pioggia (dell'anno dopo), questo Un Americano A Parigi, conta chiaramente su una regia più seria del successivo (che invece è diretto da Gene Kelly stesso e da Stanley Donen), che si diletta come detto non tanto nel dispiegare la trama ma nel disegnare una Parigi artistica e sognante, volutamente poco reale e fittizia dove a regnare è l'armonia e l'espressionismo dei colori accesi (cosa che accadrà anche in Cantando Sotto La Pioggia) e non il realismo.
A partire dai colori per arrivare alla disposizione architettonica tutto ha una funzionalità estetica come si conviene alle origini teatrali del genere, ma andando anche oltre Minnelli guarda palesemente a quello che aveva saputo fare Michael Powell con Emerich Pressburger in Inghilterra solo tre anni prima con Scarpette Rosse. La sequenza dei 17 minuti di ballo sul tema dell'arte francese è molto simile nel modo di rappresentare ed intrattenere alla sequenza cult del film inglese, ma chiaramente non a livello.
Un godimento prettamente visivo dall'inizio alla fine, una dimostrazione delle grandi capacità del cinema made in America di quegli anni e dello studio system.





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