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25.3.06

L'Imbalsamatore (2002)
di Matteo Garrone

Matteo Garrone, non ne faccio mistero, è secondo me il più grande tra le nuove leve italiane. Al momento ha al suo attivo 5 lungometraggi (Terra di Mezzo, Ospiti, Estate Romana, L'Imbalsamatore e Primo Amore) che pur con risultati altalenanti mostrano uno stile personalissimo, molto espressivo, originale ed estremamente cinematografico.
Tra tutti però l'Imbalsamatore al momento sembra davvero la punta più alta del suo lavoro e, per quanto mi riguarda, con tutta probabilità è il più bel film italiano degli ultimi dieci anni. Ripescato adesso in un cineclub ho avuto modo di vederlo finalmente in sala dopo molte proiezioni casalinghe confermando l'impressione positiva.

Il triangolo amoroso che si instaura tra i protagonisti è solo il pretesto narrativo per parlare di un cinema fatto di luoghi e persone, volti e corpi. Garrone non si sofferma (alla francese) su alcuni personaggi indagandoli, pedinandoli nella loro quotidianità per tirare fuori un ritratto autentico di passioni e persone, intende invece tracciare un mood, una realtà dura, fatta di case vicino a discariche, campi di golf vicino a quartieri popolari, porti squallidi nei quali si inscrivono nani, belle donne plasticose e uomini aitanti, tutti presi in un non ben chiaro triangolo.
La storia di Peppino Profeta, imbalsamatore, colluso con la mafia e perdutamente innamorato di Valerio e del triangolo che si instaura con la bella Deborah è lo sfondo per parlare di inquietudine, scenari desolati, solitudine, ricerca della felicità e del rapporto (sempre in primo piano in tutti i film di Garrone) tra vita personale e lavoro. Un rapporto inscindibile che lega le persone, le divide e ne condiziona modo di agire e personalità, tutto riassunto nell'immagine stupenda del toro rivoltato (foto al centro) che fa anche (giustamente) da locandina.

Ma alla fine ciò che mi fa veramente parlare di grande regista è la cura nella realizzazione. Se già i primi tre film, prodotti in totale indipendenza, si segnalano per l'acuta scelta degli attori (magari non eccelsi ma perfettamente in parte), degli ambienti e degli ambienti, i secondi due, prodotti dalla Fandango, sono realizzati con un'attenzione per la fotografia (di Marco Onorato in cui Garrone mette molto mano, del resto l'operatore è sempre lui), i luoghi e il casting da cinema d'altri tempi.
Il modo personale con cui Garrone persegue la possibilità in un film moderno di applicare uno sguardo e non una volontà a ciò che si mette in scena è testimoniato da sequenze meravigliose come quella sul campo da golf e quella muta sui kart. Cose come raramente se ne vedono.
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