2.8.07

Sete (Törst, 1949)
di Ingmar Bergman

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Tanta è stata la voglia di Bergman a seguito di tutte quelle immagini viste in televisione, su internet e sui giornali che ho dovuto recuperare anche Sete e Verso La Gioia, due opere del primo periodo di Bergman che vidi anni e anni fa, quando mi affacciavo al cinema. E già mi colpirono.
Sete rivisto oggi è tutta un'altra cosa.
Pur rimanendo invariata la sua potenza, mi sembra ora evidente che influenza mostruosa abbia avuto questo cinema anni '40 e anni '50 di Bergman sulla Nouvelle Vague, quasi maggiore del cinema di Renoir che tutti i registi e critici dei Cahiers Du Cinema dicevano di venerare.
Questo primo Bergman è tutto incentrato sulla difficoltà dei rapporti tra i sessi, su una dimensione molto molto intima e particolare (il contrario di quello che accadrà dopo), niente temi universali e niente simbolismi.
Ma ad essere rivoluzionario è il suo approccio intimo: i protagonisti sono spesso ritratti in sottoveste in camera da letto, fumano male, in maniera antiestetica, tengono la sigaretta tra le labbra parlando male. Tutte cose riprese in seguito ma che all'epoca erano impensabili, poichè tutto era visto in chiave estetizzante e un po' teatrale, anche i noir americani (che delle sigarette avevano fatto un must) avevano un modo di fumare artificioso e quasi retorico (su tutti quello di Bogart) che non centra nulla (se non per l'impugnatura) con il fumo reale.

Poi un cinema che rispecchia una tolleranza e dei costumi sessuali impensabili negli altri paesi in quegli anni. In una delle scene più belle di Sete lei è in sottoveste alla finestra e lui arriva da dietro in silenzio, le mette le mani sui seni e lei senza spostare lo sguardo proiettato in avanti mette le sue mani sopra le sue.
Era davvero un modo nuovo e moderno di mettere in scena cose di cui già si parlava (anche se più che altro in tono di commedia). Sete poi è tutto sulla sete insoddisfatta d'amore, storie che si rincorrono raccontate con una costruzione temporale non ortodossa, sintomo di una caratteristica tipica di Bergman, l'estrema fiducia nello spettatore.
Poi mi colpisce, perchè non lo ricordavo, come e quanto ci siano echi noir e sbafature di melodramma. Come nella splendida sequenza terminale della coppia che ha vissuto un rapporto fatto di eccessi ma è sempre rimasta insieme.
- E' stato terribile, ho fatto un sogno tremendo, ero come ipnotizzato. Nella mia testa immaginavo che ti avrei ucciso... Ma non dici niente? Volevo ucciderti....
- Bene, non mi stupisco.
- Ed è meglio così.
- Saresti stato solo e indipendente.
- Ma io non voglio essere solo e indipendente! E' molto peggio!
- Peggio di cosa?
- Del nostro inferno! Almeno noi ci apparteniamo.

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