2.11.07

Furia (Fury, 1936)
di Fritz Lang

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Asciutto nei dialoghi ed essenziale nello strutturare rapporti umani, Lang sembra preoccuparsi solo del cinema, come se tutto il resto (trama inclusa) fosse un pretesto.
In Furia ancora una volta è lo scontro di intelligenze a fare da motore. Prima quella collettiva che per le dinamiche di folla rischia di uccidere un uomo innocente (altro grande classico langhiano è l'innocente che il caso rende colpevole), poi quella particolare della vittima che come il Conte di Montecristo torna a cercare la sua lenta ed inesorabile vendetta.
Alcuni colpi di genio autentici si trovano soprattutto nella sequenza di film nel film, quando in aula viene proiettato il filmato della notte incriminata e gli accusati sono presentati ad uno ad uno con un montaggio delle loro malefatte e il fermo immagine alla fine.
E se un po' il film pecca nel semplicismo con cui è dipinta la figura di Spencer Tracy (un sempliciotto che diventa un freddo vendicatore, con repentino cambio di personalità in seguito all'incidente) il punto in cui decolla (come spesso accade nei film di Lang) è nel ritrarre la società e le sue dinamiche interne.
In Furia il cuore di tutto sta nel modo in cui Lang riesce a riprendere per gradi come si facciano strada nella testa delle persone le idee, come la folla ragioni in un modo che va oltre le intenzioni dei singoli e soprattutto come sia vissuto a posteriori il ricordo di ciò che è stato fatto. Il senso di colpa e l'espiazione.
Il finale, occorre dirlo, fu modificato dalla produzione per essere lieto, ma tanto non è difficile intuire come sarebbe dovuto essere.

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