30.4.10

Lisa Kudrow comprata (di nuovo) dalla tv

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Fresca di due nomination come miglior attrice femminile in una commedia per la rete in entrambe le edizione degli Streamy e arrivata alla terza stagione con il suo Web Therapy ora Lisa Kudrow tornerà al prime time televisivo grazie alla sua webserie. Sarà il canale a pagamento Showtime ad offrire ai suoi abbonati una versione tagliata per la tv della webserie che vede l'ex stralunata di Friends interpretare una psichiatra che invece che ricevere nello studio fa brevi sessioni di terapia attraverso la webcam.
Inutile gridare al riconoscimento da parte del vecchio medium delle qualità del nuovo, Showtime non ha davvero comprato una webserie ma una star della tv, Lisa Kudrow, e il suo prodotto già pronto e dal successo provato. Come se non bastasse l'ha anche adattato al suo formato (gli episodi da circa 10 minuti l'uno saranno uniti e mostrati a 3 alla volta) senza la minima intenzione di lasciarsi contaminare da quell'idea di intrattenimento.

Cosa voglio di più (2010)
di Silvio Soldini

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Togliendo rapidamente qualsiasi dubbio lo scrivo subito: Cosa voglio di più racconta la solita storia, uomo e donna, sistemati affettivamente e familiarmente che si incontrano e scoprono una passione che li spingerebbe a mollare tutto per ricominciare un'altra vita insieme.
Tuttavia, se dovessimo fare piazza pulita di tutte le storie di questo tipo che debordano dalla fucina creativa (??) del cinema italiano per lasciarne uno solo l'anno, questa dovrebbe essere la prescelta dell'annata.

Al contrario di molti altri Soldini ci tiene realmente a fare questo racconto e ha una chiara visione di cosa significhi quel sentimento che arriva in quel contesto socio-economico. Molto si è parlato del film come "l'amore al tempo della crisi" ma è un po' più questo, perchè se lo sfondo quello è, è anche vero che i protagonisti di loro non si trovano in situazioni economicamente invidiabili e quindi una storia simile si sarebbe potuta verificare in qualsiasi altro momento storico. E' semmai il pubblico di oggi che guardandola trae determinate conclusioni sulla propria esistenza attuale.
Inoltre Cosa voglio di più non è nemmeno un film sull'amore o sui sentimenti ma sulla volontà umana e l'opportunità di compiere delle scelte per la propria esistenza.

Cosa voglio di più è un film molto schematico, si occupa prima del personaggio di Alba Rohrwacher, poi di quello di Favino e poi di tutti e due insieme. Mostra i controcampi del tradimento e più che cercare di mettere in scena l'azione del tradire (che per dire è ciò che appassiona Muccino, quanto il tradimento somigli ad un thriller) mostra il movimento interiore che il desiderio di un'altra vita scatena.
Essendo cineasta serio, Soldini per raggiungere l'obiettivo non usa solo i dialoghi (come sempre nei suoi film molto accattivanti) ma soprattutto i suoni, le immagini, il panorama di periferia milanese e i corpi dei due personaggi, da cui le molte scene di nudo che hanno attirato l'attenzione della stampa svogliata e che in realtà sono davvero interessanti.

C'è un momento in cui tutto è più lampante che nel resto del film, quando Anna (Alba Rohrwacher) è ad una lezione serale di pittura, un momento connotato con infamità da colori, ambiente, corpi presenti e tono delle immagini, ad un certo punto sentiamo un tonfo basso, profondo, simile ad un battito di cuore amplificato e Anna ha un sussulto come se il rumore venisse da dentro di lei, il controcampo mostra che sono due amanti che baciandosi sbattono contro la vetrina, il campo mostra Alba che capisce cosa dovrà fare.

29.4.10

Gli Amori Folli (Les herbes folles, 2009)
di Alain Resnais

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Da quando lo fece Truffaut con Abel Gance è diventata efficace figura retorica affermare che un cineasta molto vecchio ma ancora in attività è "il più giovane tra i nostri registi" e sarà forse per l'assonanza nouvellevaghesca ma guardando Gli amori folli non si riesce a non pensare a quest'affermazione.
Già Cuori aveva mostrato che a 84 anni Resnais ha ancora idee da vendere. Ora, a 88 anni, ha realizzato un film che, pur mostrando la mano grinzosa che l'ha composto attraverso una pomposità e un retaggio letterario che sono sia caratteristica degli anziani sia di quella generazione di cineasti francesi, ha la rapidità di movimento di un ventenne!
Se al confronto penso a Le Rose Del Deserto mi sento male.

Gli amori folli (ah! L'amore nei titoli italiani...) comincia con le erbe folli del titolo originale, cioè quelle piante che in maniera totalmente inaspettata fanno la cosa più strana e imprevedibile, crescono tra le pieghe dell'asfalto e delle rocce (facile metafora dei sentimenti dei protagonisti), dopodichè è un turbine di eventi, amori, follie da parte di una coppia di circa-sessantenni. Storie che sembrano quasi di provincia per quanto sono piccole e ordinarie, fatte di sentimenti ed intrecci in cui Resnais cerca una dimensione estetica tutta particolare in grado che consenta le venature di grottesco di cui contamina il film e soprattutto eviti la piccolezza per giungere alla grandezza.

E' anche un film divertente Gli amori folli, a tratti surreale (le sequenze felliniane nell'hangar) a tratti sognante, a tratti metacinematografico e colmo di quelle caratteristiche del cinema francese anni '60 (che nemmeno Audiard disdegna) come mascherini ad iride e la retorica sul cinema, la sala e i film.
Ma come si diceva nel suo raccontare di un amore folle che scoppia fuori tempo massimo, ma non per questo rinuncia alla sua forza, Resnais, utilizza punti di inquadratura inusuali (mai vista una scena in macchina filmata così con quelle variazioni cromatiche date dal semaforo) e muove la macchina da presa per vie stranissime, a volte anche poco funzionali, giusto per sperimentare modi nuovi di guardare ai medesimi racconti.

Su tutto aleggia una colonna sonora di Mark Snow modernissima, un altro elemento straniante che contribuisce a modificare la lettura di quella storia e quelle immagini. Cioè un altro elemento formale molto modernizzante affiancato e ben amalgamato con una storia vecchio stampo.

27.4.10

Iron Man 2 (id., 2010)
di Jon Favreau

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Pochi film negli ultimi anni avevano riscosso un successo e un gradimento come Iron Man. Tutti a tutti i livelli sembravano esserne rimasti entusiasti, fan in primis.
L'incontro del cinema di Jon Favreau (quello di Swigners) e della personalità di Robert Downey Jr. con l'inconsueto personaggio di Tony Stark (un eroe senza problemi: miliardario, bello, intelligente, simpatico e supereroe) aveva creato il film d'intrattenimento perfetto, capace di fare sul serio quello che gli altri si propongono solamente: essere avventuroso, essere affascinante, essere divertente e, a tratti, sinceramente sentimentale.

Il seguito conferma tutto il cast (tranne Terrence Howard, opportunamente sostituito con Don Cheadle) e la troupe tranne, ad inspiegabile sorpresa, il comparto degli sceneggiatori. I 4 responsabili del primo film sono stati rimpiazzati da una nuova entrata, Justin Theroux che alle sue spalle ha unicamente la collaborazione alla stesura di Tropic Thunder.
Quello che accade è che a fronte di un'azione ugualmente forsennata e un'idea di film molto simile al precedente, in cui il protagonista ha dei problemi ma è sostanzialmente una figura altamente desiderabile, manca totalmente l'identificazione tra chi guarda e chi realizza. Iron Man 2 non sembra più un film tutto centrato sulla storia che mette in scena quello che gli spettatori ancora non sanno di voler vedere ma un film consapevole dei propri punti di forza, che preme su di essi per ottenere il massimo risultato.
Così Tony Stark è ancora più arrogante e banalmente fascinoso così come la sua ostentazione di denaro e tecnologie è ancora più estrema e futile.

Manca inoltre un'altra componente importante, ovvero l'azione. Nel film ce n'è ben poca e tocca attendere parecchio per la prima sequenza davvero interessante, quella cioè dell'autodromo (uno dei pochi momenti in grado di tenere testa all'originale). Allo stesso modo lo showdown finale è di un semplicismo disarmante, specie rispetto alla maniera arguta in cui nel primo film veniva risolta la medesima situazione (Iron Man combatte contro un cattivo dotato di un'armatura più potente della sua).
Così, se Mickey Rourke è assolutamente all'altezza di Jeff Bridges (e non era facile), nel ruolo dello specchio del Tony Stark inventore (mentre Bridges era lo specchio del Tony imprenditore) e Gwyneth Paltrow sembra ancora una volta aver fatto una delle scelte più azzeccate della sua carriera, il resto della trama intorno a loro procede per inerzia, come capita a molti film d'azione (e di fumetto) che si vedono in giro.

Non è stata mostrata la scena presente dopo i titoli di coda perchè non venga fatto spoiler ma io lo faccio lo stesso. Gente della produzione mi ha confidato essere sostanzialmente il martello di Thor che viene sbattuto a terra. Mo' ve l'ho detto.

26.4.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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AVVERTENZA! L'indirizzo del feed è cambiato. Tutti i link da ora in poi rimanderanno nei posti corretti. Compreso iTunes.

Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Si comincia con alcune precisazioni su notizia date in precedenti puntate e poi subito La città verrà distrutta all'alba e la delusione di Agorà, poi si racconta con sorpresa di Matrimoni e altri disastri, si velocemente a Sotto un Celio Azzurro e si tessono le lodi di Vendicami.
Torna l'attesissimo appuntamento con i film in televisione.

LA PUNTATA DEL 23/04/10

Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio e l'archivione storico.




Vendicami (Vengeance, 2009)
di Johnnie To

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Ci sono due cose di cui a Johnnie To pare non fregare niente: la plausibilità e la ripetitività. E per entrambe va stimato.
Poco noto da noi ma estremamente seminale ad Hong Kong, quello che To fa da decenni è prendere la materia occidentale noir e poliziesca e ambientarla nella sua terra. I suoi film non sono assolutamente la traduzione del cinema occidentale quanto una sua versione, come se guardassimo Johnnie To che guarda un film noir americano o francese e capissimo cosa lo colpisca di più di quei film. Allargando il racconto dai classici tre atti occidentali ai 4 più tipici del cinema orientale Johnnie To sembra quasi sempre raccontare due storie in una.

I topoi occidentali ci sono tutti ma spesso non paiono importanti, al contrario le tematiche più care alla cultura asiatica (la vendetta su tutte) non hanno un ruolo centrale ma sono ciò che muove tutto.
Vendicami in particolare ha una trama che può ricordare Memento di Christopher Nolan: un uomo deve vendicarsi e deve farlo in fretta poichè per una malattia degenerativa da cui è affetto in qualsiasi momento la sua memoria potrebbe tradirlo. Eppure non siamo dalle parti del plagio o della citazione, Johnnie To in questo film si pone soltanto la medesima domanda di Nolan: "La vendetta è così importante da dover essere compiuta anche se poi non se ne potrà godere?" Ed è interessante come, mentre Nolan sembrava suggerire una risposta negativa, qui To sembri suggerire una risposta positiva. Il titolo italiano è infatti ancora una volta fuorviante sebbene solo di poco differente dall'originale Vengeance, la vendetta in generale invece della vendetta in particolare.

Tra iperboliche sparatorie, infinite prove di virilità e di fratellanza, deduzioni oltre il normale e via dicendo, To riesce ancora una volta nell'impossibile, cioè riesce a sottrarre al noir quella che solitamente è la sua caratteristica fondamentale: la plausibilità. Nonostante ci rendiamo conto che ciò che accade in molti punti non sarebbe pensabile, lo stesso l'atmosfera vince ogni resistenza e rende credibili i sentimenti individuali.

Ma ancora più in là la forza di Vendicami è Johnny Hallyday, uno tra i volti cinematografici più puri mai visti. Già notato in L'Uomo del treno e noto in Francia come una specie di Little Tony locale (era cantante nei medesimi anni), ora ha una seconda vita artistica come attore serissimo di noir cupissimi. E sebbene sia totalmente incapace di andare oltre l'unica espressione che la natura e le molte plastiche facciali gli hanno donato, lo stesso quel volto riempie lo schermo e satura l'ambiente di disperazione noir più di molti altri attori migliori. Hallyday arriva, Hallyday ad un certo punto c'è e tutto è chiaro. Straordinario.

23.4.10

Streamys 2010

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Che peccato! Arrivati solo alla seconda edizione, ma vivendo un momento cruciale della propria diffusione presso il grande pubblico, gli Streamys (i premi per le webserie) potevano fare un scelta audace e interessante, premiando i prodotti più innovativi e curiosi della rete mentre hanno deciso, ottemperando al preconcetto che abbiamo per tutto ciò che gli americani gestiscono industrialmente, di premiare i migliori tra i prodotti ad alto budget. E prodotti ad alto budget, nel mondo delle webserie, significa serie ospitate da grossi siti di distribuzione.

Nonostante questo di colpi di scena ce ne sono stati comunque. L’assopigliatutto della serata presentata dal comico Paul Scheer all’Orpheum Theatre di Los Angeles (e visibile solo in streaming) è stato infatti The Bannen Way, serie ospitata (e cofinanziata da Crackle.com), che grazie ad uno screenening in anticipo sull’effettiva distribuzione in rete è riuscita a rispettare la tempistica per iscriversi ai premi. Da serie qualificata per il rotto della cuffia a vincitore a mani basse con 4 Streamy (Miglior serie drammatica, Miglior montaggio, Miglior attore protagonista per una serie drammatica e Miglior regia per una serie drammatica), per un prodotto estremamente raffinato e giocato, cosa inusuale per una webserie, su toni estremamenti oscuri e noir. Si racconta infatti di truffe e truffatori in un mondo di malavita ed ingenti debiti da saldare.

La città verrà distrutta all'alba (The Crazies, 2010)
di Breck Eisner

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Ho sempre trovato che Romero sia un soggettista da cinema straordinario. Le idee che reggono i suoi film sono da sole molto più comunicative, originali e foriere di immagini memorabili e innovative più di quanto poi non siano effettivamente i suoi film, vessati da una recitazione sempre sotto la media e da una narrazione poco scorrevole. Per questo ero contento del remake di La città verrà distrutta all'alba, il cui originale soffriva di questi elementi a fronte di un'idea, come al solito, fantastica. Peccato che proprio l'idea di base non sia stata seguita fino alla fine.

Si racconta di una cittadina di provincia americana nella quale ad un certo punto cittadini normali diventano violentissimi in maniera insensata. Quasi contemporaneamente allo scoppio dell'epidemia di violenza si presentano i militari bardati in tute anti-infezione (che li fanno sembrare altro, come fossero alieni), che con violenza ugualmente efferata (ma ordinata e metodica) mettono cercano di mettere in quarantena la città per evitare che il contagio (che passa per l'acqua) si sparga in tutto il paese. La quarantena avviene facendo sommarie ed immediate divisioni tra chi è pazzo e chi no e liquidando al volo i pazzi o quelli che lo sembrano, senza nemmeno fare domande. E proprio qui stava il buono dell'idea, cioè l'impossibilità di determinare chi sia pazzo e chi no, o chi lo sia sempre stato, chi sia solo strano di suo, chi sotto shock e via dicendo, associato ad una violenza insensata, immediata e senza regole (quella dei militari, che sparano a bambini, donne e vecchi senza preavviso).

Eisner, tradendo in questo il testo originale, introduce una deformazione fisica nei contagiati così che essi diventano immediatamente riconoscibili e si perde l'idea che siano mischiati a noi ed indistiguibili fino a che non uccidono.
Perduto questo dunque rimane solo un'idea fobica dei militari, i quali in questo caso sono pedine spersonalizzate, inconsapevoli e quindi incolpevoli (una novità rispetto all'originale). Ai soldati vengono dette bugie dai loro superiori per mettergli paura dei contagiati ed indurli a fare cose orrende in nome della sanità nazionale.
Eisner poi è pure bravo e in un paio di punti inventa delle sequenze di suspence audaci (l'autolavaggio) ma in altri si appoggia ai soliti "botti" di colonna sonora che danno unicamente fastidio. Alla fine quindi il risultato è poco e niente.

I contagiati corrono e sparano e sembrano gli zombi moderni (che corrono e mordono) i quali sembrano i vampiri moderni (che corrono e saltano). Giusto per rimarcare.

22.4.10

Slanted

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Uno dei luoghi comuni più fortunati del mondo del cinema è quello metanarrativo dell'attricetta che dalla campagna arriva nella grande città colma di speranze e sogni per il futuro destinati ad infrangersi contro il muro del cinismo cittadino e dello showbusiness. Si tratta di una forma abbastanza antica di fare due cose: portare il cinema a riflettere su se stesso e il proprio essere cinica industria oltre che forma d'arte e rappresentare il contrasto tra la modernità (città) e gli antichi valori (campagna), ponendo il cinema all'interno della modernità.
È curioso quindi che fioriscano anche webserie che raccontano di ragazzine dalle molte speranze approdate nella grande città. Curioso perché ad oggi quasi nessuno più racconta questo tipo di storie né al cinema né in televisione (clamoroso il caso dell'ultimo film di Woody Allen, Basta che funzioni, che verte su questo argomento ma la cui sceneggiatura risale a 30 anni fa) e soprattutto perché il tema al centro di simile racconti è comunque la natura del mezzo che si racconta.
[...]
Slanted prende ed estremizza il concetto della ragazza che viene da fuori e quindi è un outsider. Pur essendo americana di seconda generazione la protagonista è comunque fuori dal mondo dello spettacolo per la sua apparenza ma questo non le impedisce di lottare per entrarci. In più la serie azzecca anche il taglio, abbassa tutto quanto ad un'ottica micro e mira non a parlare del mondo ma di una persona sola e di un problema piccolo e particolare con uno stile di messa in scena molto libero (si passa da sequenze tradizionali a video confessioni a flashback e via dicendo).
Così facendo, Slanted non solo trova un modo originale di parlare di un tema conosciuto, ma anche una vicinanza alla questione che è propria del mondo della rete più di tutte le altre serie che invece continuano ad imitare modelli di narrazione di altri mezzi.

Matrimoni e altri disastri (2010)
di Nina di Majo

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Questo è un film di Francesco Bruni. Non lo dico a priori ma a posteriori, anzi prima di vedere Matrimoni e altri disastri non avevo notato che la sceneggiatura era scritta, oltre che dalla regista, anche da lui, il collaboratore di fiducia di Paolo Virzì.
La tentazione di attribuire tutto ciò che di buono c'è del film a lui e tutto ciò che c'è di male agli altri è forte e ovviamente fallace, di sicuro però è facile intuire come la componente migliore dell'opera sia quell'aria felicemente drammatica e irrisolta che aleggia continuamente e che rende passabili anche i momenti più dimenticabili.

Come spesso nel cinema fatto con Virzì si racconta di una vita non facile, non necessariamente dal punto di vista economico, quanto da quello di come caso e volontà si siano accaniti su una singola persona che tuttavia continua ad andare avanti come nulla fosse, raccogliendo proprio per questo motivo le mille lamentele e piccole beghe della varia umanità e che gli è intorno.
Questa volta però non è un giovane intellettuale di provincia quanto una ricca cinquantenne, sessualmente insoddisfatta e sentimentalmente a terra, che dalla sua vita ha tratto poco e niente ma che nonostante tutto non smette di andare avanti. Ed è proprio il suo continuo muoversi, tentare, sperare e iniziare nuove storie, progetti e follie che la mantiene più vitale di tutte le altre persone dalla vita più equilibrata che la circondano.

Matrimoni e altri disastri non è privo di momenti che fanno cadere le braccia, di dialoghi di un semplicismo imbarazzante e di luoghi comuni spacciati per grandi verità. Tuttavia il modo in cui Nanà, la protagonista, corre, inciampa, fa brutte figure, si rialza, sbatte, casca, si dimentica, fa gaffes e rimane incastrata in compiti umilianti non solo è divertente ma alla lunga genera senso (e dimostra che Margherita Buy è la Bridget Jones italiana). Il suo procedere quasi casualmente attraverso le volontà altrui sprigiona un sentimentalismo vitale che non è necessariamente romantico ma coinvolgente.

Non mancano a questo proposito i momenti topici da Francesco Bruni, come il pianto contenuto (e mai melodrammatico) che arriva al culmine di un climax di cui non ci si era resi conto, nè l'equilibrio tra l'ovvia ideologia di chi dirige e scrive e l'estremo rispetto delle opinioni diverse dalle proprie.
Con un cast ottimo per attirare pubblico e uno svolgimento estremamente ruffiano, che dà una pacca sulla spalla a chiunque voglia sentire legittimata quella che gli piace pensare sia la sua personalità (la sorella grande, irrisolta e altruista costretta ad organizzare il matrimonio di quella più giovane, carina, egoista e realizzata), alla fine il film parla di umanità in maniera più convincente del 70% dei film italiani con cui concorre.

21.4.10

Agorà (id., 2009)
di Alejandro Amenabar

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La dimostrazione che la forza sociale del cinema e il valore comunicativo del racconto audiovisuale non sono morti è, ancora una volta, la conversazione che si instaura intorno ad un film senza che la gente lo abbia visto o, se non altro, senza che si tenga conto della sua reale possibile attrattiva.
Di Agorà si era detto che era il film che non volevano farci vedere, che non sarebbe arrivato in Italia perchè il Vaticano lo bloccava, che era l'ennesimo esempio di censura ecc. ecc. Alla fine ci arriva qui in Italia e dopo averlo visto provo pietà per la società di distribuzione che ha tentato l'impresa.

Si tratta di un film su Ipazia d'Alessandria, figura realmente esistita, donna astronoma vissuta nel momento in cui la religione cattolica diventava quella ufficiale dell'impero romano (a dispetto di quella pagana) e discriminata per il suo sesso nonostante le brillanti intuizioni riguardo il moto dei pianeti.
Siccome i cattolici in questo film sono quelli vestiti di nero che picchiano, uccidono e commettono soprusi si è gridato al "vogliono censurarlo", senza notare che il film è bruttino forte, noioso forte e didascalico forte.

Nonostante una ricostruzione del periodo dalle idee interessanti, una concezione di base non banale di come la storia si inserisca in una dimensione più grande (continuamente Alessandria è contestualizzata con visioni dallo spazio a stringere o ad allontanarsi) e alcune trovate da grande regista quale Amenabar rimane (la sassaiola che sembra una sparatoria), lo stesso Agorà è schiacciato sotto il peso di una missione presa troppo sul serio. Raccontare soprusi su soprusi (i cattolici sui pagani, gli uomini sulle donne, la forza sulla scienza) senza che il film sia libero di respirare. E quando non ci sono soprusi manichei ci sono lezioni di astronomia da video didattico per licei. Non si intuiscono davvero le motivazioni delle due fazioni!
L'unica domanda sulla quale vale la pena interrogarsi è come un abile narratore quale è Amenbar sia caduto in una simile trappola.

20.4.10

Shadow (id., 2010)
di Federico Zampaglione

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La verità vera è che dopo Nero Bifamiliare le velleità da regista di Federico Zampaglione erano state archiviate alla categoria "Non è che puoi fare tutto" e ora il suo secondo film (un horror per giunta!) si accompagnava ai peggiori pregiudizi. E invece!
Invece Shadow è un buon film che ha il suo punto di forza proprio nella regia, ovvero proprio in come tutte le singole parti sono armonizzate verso un tutto organico andando incontro ad una visione di cinema chiara e precisa. Shadow non solo è girato bene ma dice pure la sua in un genere in cui non è semplice farsi valere.

L'idea di base è l'horror italiano anni '70, storie dal respiro internazionale, girate con attori stranieri, in lingua straniera (poi doppiati) ma con troupe italiana e solitamente poco al di là delle Alpi, se non proprio nella campagna laziale (che però sullo schermo sembra il Montana). Ecco così è stato fatto Shadow, che in effetti sembra un film di serie B americano moderno (con una parte di immaginario in stile Del Toro) tanto la mimesi è ben realizzata, eppure la trama è puro orrore italico.
Un ragazzo che per hobby gira i monti in bici in solitaria si imbatte in una zona discretamente maledetta. Lì incontra una ragazza ma anche dei brutti ceffi e proprio quando sembra che la dinamica incontro/scontro/fuga/violenza per difendere la ragazza dai violenti e armati sia il centro del film compare il male vero, quello che si annida nei boschi suddetti e che sta ad un altro livello di repulsione e paura.

Nonostante ci siano tentati stupri, botte, spari e torture Shadow ha pochissimo sangue, per scelta, una scelta fatta con consapevolezza e di certo non con l'obiettivo di non impressionare troppo, anzi! La mancanza di sangue non significa mancanza di efferatezza, ma solo che questa avviene attraverso abili giochi di scena/fuori scena per aumentare la paura e l'insicurezza dello spettatore.
Ad essere sinceri, a fronte di tanto buon lavoro poi il film ha un colpo di scena finale che fa cadere la braccia a terra fragorosamente per come rilegge il resto della trama in maniera svilente rispetto a ciò che sembrava. Volendo però deliberatamente non considerare quest'ultima presa di posizione, quello che rimane è un cinema italiano indipendente (si ho detto indipendente!) ben fatto e finalmente "italiano" nel senso migliore dell'aggettivo.

19.4.10

Basilicata Coast To Coast (2010)
di Rocco Papaleo

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Si potrebbe dire che non ha ritegno Basilicata Coast To Coast nel modo in cui promuove e mostra la regione in questione, se non fosse che questo è uno dei due punti positivi del film. Rocco Papaleo non è un regista, sebbene qui questo sia il suo ruolo, e scegliere un progetto personale per l'esordio al cinema è sicuramente un'idea lucida, per questo l'eccesso di amore per la sua terra (raramente cantata al cinema) è un elemento di sincerità sentimentale che funziona anche quando sfocia nel provincialismo e nel campanilismo.

L'altro elemento che indubitabilmente gira per il verso giusto è l'umorismo. Scritto da Walter Lupo Basilicata Coast To Coast può contare su una serie di battute, situazioni e trovate comiche efficaci e a loro modo originali. Certo siamo sempre dalle parti della scuola classica dell'umorismo cinematografico italiano, quello che ironizza sull'inadeguatezza della nostra mentalità, dei nostri luoghi e del nostro mondo a stare al passo dei miti (e quindi tempi) dettati da produzioni e sistemi culturali più forti (principalmente quelli americani), da cui anche tutta l'idea centrale della trama e il titolo del film. Inoltre, come si conviene, quest'inadeguatezza di facciata in realtà suggerisce in maniera più sottile che proprio questa cialtroneria ingenua (ma romantica) sia la forza di un popolo dalle sane tradizioni. Si potrebbe argomentare che questa sia la peggiore delle visioni del mondo (o di paese) ma decisamente non è di interesse ora.

Detto di come Basilicata Coast To Coast sia un film molto divertente, tra i più divertenti dell'anno, non si può non sottolineare come sia un film assolutamente non riuscito che fatte salve le componenti elencate non azzecca più nulla, navigando nell'insipienza.
I punti deboli sono tali e tanti che è difficile non dare la colpa alla regia (che tutti li coordina). La sceneggiatura, battute a parte, è un colabrodo, la recitazione è ai minimi storici (e ne fanno le spese soprattutto quegli attori o quelle attrici, come Giovanna Mezzogiorno, che hanno sempre bisogno di un regista che li indirizzi e li manovri con cura), l'organizzazione della narrazione si fa forza della dinamica del viaggio (che giustappone momenti e situazioni diverse con la giustificazione dello spostamento) ma quando deve gestire relazioni e sentimenti crolla. Tutto questo è dimostrato dal personaggio di Max Gazzè, muto e funzionante per quasi tutto il film, ma inevitabilmente convertito alla parola nel finale con una soluzione povera e deludente.

Come al solito sembra che nel nostro cinema non ci sia comunicazione tra le diverse componenti di un film e che all'eccesso di cura di una, corrisponda la trascuratezza di altre, proprio come in un essere umano è difficile che le doti siano bilanciate mentre è più facile che si sappia fare bene solo qualcosa. Per il resto bisognerebbe affidarsi (ma affidarsi davvero) a chi ha altri doni o altre abilità.

18.4.10

Derrick de Kerckhove, sulla narrazione moderna e il cinema 3D

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Incontrato a Cartoons on the bay, in occasione di una conferenza sulla cross medialità (di cui poco ha parlato, ma meglio così!), de Kerckhove ha offerto una disamina necessariamente rapida e quindi poco esaustiva, ma ricca di spunti, di idee e foriera di un modo di intendere il nostro rapporto con il medium "a schermo" che meritano di essere indicizzati da Google.
Di seguito riporto l'intervento. A chi piace.
Perdonerete la non facile lettura di alcuni passaggi ma il prof. de Kerckhove voleva parlare italiano pur non padroneggiandolo a livello di dissertazione accademica, in più ha una parlata veloce e sintetica. In certi punti dunque non è stato facile stare dietro ai suoi voli pindarici e al suo procedere per giustapposizione di intuizioni.



Credo innazitutto che la questione della narratività, nel senso di esposizione in forma di racconto delle istanze umane, sia fondamentale per l'uomo, e dunque mi sembra molto importante sapere che ne è della narrazione in una dimesione ubiquitaria come quella attuale in cui regna la neomagia. Per la prima volta infatti, dopo ore e ore della triste magia di Harry Potter, troviamo con Avatar una magia felice (anche se per un’operazione commerciale).

Ma anche ben prima di Avatar una delle cose che più abbiamo cercato maggiormente con la narrazione moderna è stata una possibile raffigurazione dell’uomo elttronico. Ci sono diversi film che ci hanno provato, alcuni sono anche riusciti a colpirmi con una certa forza per il modo in cui affrontavano la questione: Tron (in cui l’avatar assunto dal protagonista finisce per influenza la persona stessa), Atto di forza (l’ultima ed estrema finzione, quella esteriorizzata dentro la quale la persona entra come entrerebbe in un romanzo, cioè entri e lo occupi, Schwarzenegger viene invitato ad entrare in un mondo virtuale che è così reale che ad un certo punto non capisce più se ci si trovi dentro o fuori, è come Cervantes che nel don Chisciotte internalizza la finzione facendo credere al suo personaggio di vivere un mondo finzionale), Il Tagliaerbe (un personaggio virtuale incarnato da una persona un po’ cretina che quando si virtualizza e si ibridizza diventa cattivo), Blade runner (nel quale l’avatar è dipendente e robotico con un autonomia tale da voler recuperare la propria eternità, incredibile pensare a questo modo di essere uomo, una rivolta della macchina contro il creatore), Essere John Malkovich (nel quale penetriamo nella testa di un altro e portiamo questa coscienza addosso, variazione molto interessante sulla problematica in questione che ci costringe a pensare ad un altro modo di rivedere il nostro modo di organizzare lo spazio), Matrix (cioè la balena di Pinocchio, una dimensione organica che rappresenta la nostra smaterializzazione), Io robot (che è una forma di ibridazione variabile) e infine Avatar (la reincarnazione di Tron in un modo in cui il passaggio non è più da uomo virtuale ad immagine di avatar, ora siamo dall’altra parte dello schermo, entriamo nel mondo dello schermo lasciando perdere quello dell’organicità, in questo senso credo che avatar sia il nostro destino).

Ma viene da chiedersi come mai abbiamo bisogno di figure animate (digitalmente) che entrino nella nostra sensibilità?
Per rispondere a questa domanda mi sono interessato ai primi sforzi di Rested Motion, cioè i tentativi di fermare il movimento, una cosa che nel mondo occidentale si è tradotto in sculture come quella di Laocoonte (il monumento in immersione) e nel mondo orientale è diventata l'esercito di Xian.
In seguito ho considerato come l'immagine disegnata, quindi sintetica, persista nella nostra mente. Quanti minuti di animazione ci sono in Jurassic Park? [il sottoscritto ha risposto 20 pensando di essere sceso sufficientemente in basso ndb] Ce ne sono 7 e mezzo. Il fatto che sembrino di più è perchè l’animazione si imprime moltissimo nella nostra testa. Il morphing ad esempio è una forma del nostro immaginario: non possiamo immaginare nella nostra testa senza fare del morphing, si tratta semplicemente di un sistema cognitivo altamente seduttivo, un modo di mediare la comprensione, cioè di capire velocemente qualcosa, così come i pupazzetti stilizzati sono una mediazione del movimento. E' lo stesso criterio per il quale è molto più facile imitare qualcuno che imita qualcun altro piuttosto che imitare direttamente il soggetto primario.
Per tutti questi motivi la riduzione della complessità del viso alle sue dinamiche fondamentali aiuta a capire e mantenere il video nel pensiero.

A questo punto non si può non notare come, sempre parlando di Rested motion rispetto a figure ieratiche, la storia della rappresentazione umana sia stata all'insegna di un'evoluzione verso la complessità della definizione, culminando in apici come il sorriso della Gioconda.
Al contrario invece oggi abbiamo un movimento inverso che si rispecchia anche in produzioni come l'animazione, una de-definizione del viso e del gesto. I cartoni riducono la forza emotiva dell’immagine ma non il suo impatto psicologico. Per ridurre un gesto infatti questo va sentito intimamente e poi riportato su carta, al contrario una fotografia molto realistica (così come un film) può avere un effetto diverso ed enorme, di tipo sottomuscolare. Io sono rimasto molto colpito e squassato dall'immagine dell'alieno che esce dalla pancia in Alien, qualcosa che per il suo realismo aveva agito dentro di me in una maniera profonda.
In queste due dimensioni e secondo questi due paralleli è evidente come tutto il mondo dell’entertaiment si basi sulla partecpazione del corpo nell’immagine una cosa sempre sottovalutata quando si parla di cinema a favore di componenti come messaggi, politica... [a discolpa del mondo della critica mi sento di precisare che solo in certi sedi non si parla dell'impatto che i corpi hanno sull'immagine mentre in sedi più appropriate se ne discute e come! ndb].

A questo punto entra il dominio dello schermo (in america la media di esposizione individuale ad un qualsiasi tipo di schermo è di circa 9 ore al giorno) e la schermologia, la scienza che cerca di trovare dove si imposti la coscienza: se dentro o fuori dalla testa, cioè dentro di sè o nello scambio con la macchina.
Noi oggi condividiamo con uno schermo funzioni cognitive che normalmente avvengono dentro di noi, in una forma di esternalizzazione multisensoriale benchè cognitiva, come avviene con la penetrazione dello schermo nei videogiochi. Si tratta di una delle molte conseguenze del passaggio dall'alfabeto normale alla comunicazione digitale. Quando infatti è comparsa la lettera alfabetica questa ha cambiato la nostra sensorialità creando un mondo di arti divise (che gli antichi rappresentavano con le muse), oggi invece il multmediale prende tutte le forme del discorso tirandole fuori dal dominio dell’alfabeto e rimettendole insieme nel digitale.

Per questa nuova centralità umana, per come gli schermi ci abbiamo abituato ad esternalizzare le funzioni cognitive che una volta avvenivano dentro di noi e per il nuovo alveo del digitale credo che il 3D trovi oggi quel successo che non trovava negli anni '50. Credo cioè che il successo di Avatar si basi sulla fame del pubblico che è figlia di questo rovesciamento dall’interno all’esterno. Un rovesciamento della mente la quale, invece che immettere cose dentro le emette fuori.
Perchè oggi siamo noi il punto di fuga della prospettiva classica, il mondo va verso di noi, siamo dentro il mondo della prospettiva e siamo attori interni. In questo senso la tridimensionalità di un film come Avatar è un modo di penetrare ancora più intimamente.

16.4.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Puntata senza Prince Faster ma con DJ Claudia, si ricomincia da zero quindi con la presentazione dei filmoni che usciranno quest'estate e i consigli per i film ora al cinema.
Passando ai film della settimana si comincia con la descrizione di Colpo di Fulmine e poi si torna su Cella 211. Si parla di Dragon Trainer, di gente che si addormenta al cinema, di arene all'aperto e di Drive In.
In chiusura si parla di La vita è una cosa meravigliosa e Sul mare, il nuovo film di Alessandro D'Alatri.

LA PUNTATA DEL 02/04/10

Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio e l'archivione storico.




15.4.10

Fantastic Mr. Fox (id., 2009)
di Wes Anderson

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POSTATO SU
Di tutti i film di Wes Anderson questo è il primo a non essere interamente suo. Fantastic Mr. Fox è un racconto di Roald Dahl a cui Wes fa il "trattamento Anderson": piega tutta la materia alle sue esigenze introducendo un pre, un post e allargando la parte centrale con personaggi e situazioni puramente adersoniani, riducendo i figli ad uno solo e introducendo un cugino talentuoso. A fronte di tutto questo però ci sono anche elementi che gli sono sempre stati estranei come i villain e lo showdown finale che vengono dal racconto. E questo solo a livello di trama.

Come sempre nei film di Anderson infatti sono i dettagli che nella loro interezza disegnano un'idea di mondo in maniera più marcata di quanto possano fare psicologie e fatti. In questo caso ci sono oggetti e mobili dalla vita e dalla residenza di Roald Dahl più il design e i vestiti di Anderson. Ma i colori, gli ambienti, la fotografia (il solito stile da strip comica molto schiacciato e a prospettiva fissa) e le musiche fanno ancora una volta la differenza rendendo anche empatici personaggi già interessanti. Il mondo di Mr. Fox, costantemente colorato come al tramonto, fatto di colori caldi e di una natura razionalizzata all'inglese, già esteticamente ha le caratteristiche della gabbia dorata e spinge all'animalità.

Fedele alla scuola truffautiana del film che si fa sul set, che "accade" nel momento in cui si gira nutrendosi del caso, della partecipazione di attori e troupe e dell'ambiente in cui ci si trova Anderson ha prima girato tutte le scene con gli attori nei luoghi veri (esterni in esterno, interni in interno, scene a tavola stando seduti a tavola e via dicendo) per registrare tutto il comparto audio avendo degli attori che recitassero in una scena e non davanti ad uno schermo.
Il risultato è che i suoni influenzano l'immagine, che si sentono gli aerei che passano e gli animatori sono costretti ad inserirli nell'immagine riuscendo a portare il suo stile realizzativo nella complessa macchina che è l'animazione.

Ma anche andando al di là di tutto questo (cioè delle scelte visive, di un processo produttivo inusuale e arricchito, della personalità del regista e via dicendo), Fantastic Mr. Fox è forse l'opera più compiuta di Wes Anderson quella in cui meglio emergono le sue caratteristiche e i suoi "tipi", quella in cui il padre della situazione è veramente in bilico tra cattiveria, freddezza e sentimentalismo, dotato di una morale ambigua e di sentimenti poco decifrabili, in cui la famiglia è un nucleo complesso e stratificato e in cui la dialettica del personaggio principale tra istinto e ragione si manifesta con una forza e un'irrisolutezza tale da coinvolgere e appassionare chiunque.
In modo che alla fine, l'incontro con l'animale selvaggio (grandissimo topos del cinema americano mai toccato da Anderson in precedenza) funziona moltissimo anche se è rivoltato dal fatto che ad incontrare l'animale selvatico questa volta è un altro animale, solo più civile.