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7.3.12

John Carter (John Carter Of Mars, 2012)
di Andrew Stanton

Dopo aver catapultato i suoi personaggi su mondi alieni che stanno al di là dello steccato o dentro un asilo (Toy story e Toy story 3), sull’Himalaya (Monster’s & Co.), dall’altra parte dell’oceano (Alla ricerca di Nemo) e attraverso lo spazio (Wall-E), Andrew Stanton stavolta va alla radice della sua ossessione per lo sradicamento e la scoperta del selvaggio portando al cinema la storia da cui tutto è partito. Quel Sotto le lune di Marte, primo romanzo della saga di Barsoom scritta da Edgar Rice Burroughs, che negli anni ‘10 ha gettato le basi del mito dell’essere umano catapultato di colpo in un mondo meno civile e più avventuroso del proprio. Un’idea narrativa che ha ispirato tantissimo cinema (da Il pianeta delle scimmie a Stargate) e non solo (è il modello non dichiarato di Another world).

Del primo romanzo con protagonista John Carter, il regista prende il cuore, aggiunge un prologo e relativo epilogo, piega lo svolgimento alle dinamiche disneiane, aggiorna le figure femminili e cura ogni personaggio con una minuzia a cui non siamo più abituati nel cinema dal vero.
E’ superfluo notare la perfezione del character design, il realismo dei colori e delle ombreggiature dei molti personaggi animati in motion capture, vista l’eccellente provenienza dell’autore, la scoperta vera di John Carter è quanto senso del cinema ci sia in questo gigante dell’animazione che non aveva mai messo piede in un set reale. Il metodo-Pixar applicato ad un film in live action si traduce infatti in un ritmo altissimo, dato da un montaggio che unisce momenti diversi con ponti sonori e in grado di compiere impreviste ellissi senza inficiare mai la comprensibilità, oltre che in un lavoro chirurgico su ogni personaggio (specie quelli secondari), così che ogni scena abbia un elemento di interesse.

Nel passaggio al live action Stanton inoltre non dimentica la plasticità filmica propria dell’animazione. Muove i corpi sullo schermo con mobilità e leggerezza svelando un’idea di grazia e una concentrazione sul gesto che, specie nelle scene più dinamiche, segnano la differenza con il resto del cinema americano e trasformano quella che può essere blanda azione in pura avventura. In questa maniera gli ampi paesaggi e i frequenti totali non mai pretestuosi ma ariosi ed epici, e le irriconoscibili musiche di Michael Giacchino non suonano mai salvifiche ma sempre accordate al tono delle scene.

Con un cast di comprimari straordinari sebbene irriconoscibili dietro il motion capture (il carisma e il fascino emanato dal Tars Tarkas di Willem Dafoe sono la dimostrazione più evidente di quanto questa tecnologia sappia restituire le minuzie interpretative che rendono grande un attore) e un cast di attori meno noti, John Carter è già il blockbuster più audace e soddisfacente dell’anno, un’epica avventura prodotta con stile anticonvenzionale e seguendo le regole dell’animazione, eppure più reale e concreta di tutti i suoi concorrenti.
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