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25.5.12

Paperboy (id., 2012)
di Lee Daniels

CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES 2012

Se già Precious aveva fatto sorgere ben più di un dubbio sulle scelte, le idee e i valori che hanno portato parte del pubblico e della critica all'esaltazione del cinema di Lee Daniels, Paperboy porta la sicurezza.
La storia è di quelle di passione umida del sud degli Stati Uniti, immersa nelle paludi e nel sudore, nel desiderio non appagato che si sposa con il pregiudizio razziale che sconfina in quello omofobico. Insomma la terra del segreto inconfessato e pruriginoso. Ognuno ha qualcosa da nascondere in una storia che agita il criminale, il giornalista, la bella e sensuale, ma rinnega ogni idea di noir per puntare più al melò.

Sarebbe in sostanza la fusione del sensuale e del proibito a fare il fascino di questo film. Il modo in cui le passioni del cuore influenzano i movimenti della carne e come tutta questa tensione vitale sia legata indissolubilmente a quella verso la morte. Insomma temi altissimi.
Invece il film di Lee Daniels replica l'idea di base di Precious, ovvero elevare allo stato di emozioni complesse e contrasti forti, quelli che sono stereotipi del cinema, luoghi comuni dei film che poco hanno a che vedere con la realtà senza mai operare una riflessione su di essi e quindi spacciandoli per effettivi per capaci di raccontare qualcosa sulla realtà delle cose.

Esempio perfetto di tutto ciò è il corpo posticcio e implausibile di Nicole Kidman, ritoccato ma in costume, agghindato e pettinato come negli anni '60 ma totalmente moderno nella sua falsità.
Bloccata artificialmente in un'eterna espressione sensuale (labbra in avanti, zigomi pronunciati...), Nicole Kidman è più falsa che mai, non credibile in nessun momento, specie quando cerca di proporre lo stereotipo in cui ha modellato il suo volto. Un'attrazione che non viene dall'atteggiamento e dalla recitazione ma solo dagli elementi superficiali (per l'appunto il volto ritoccato che aumenta i particolari stereotipicamente sensuali), cioè che non è costruita ma proposta già costruita e quindi insignificante.

Allo stesso modo tutto Paperboy, con un abuso indecente della pazienza dello spettatore, propone con serietà e un po' di boria scene di provocazione sessuale che consistono in calze strappate e facce da panterona, momenti di tensione tra razze che consistono in volti imbronciati e scoppi di violenza anche poco plausibili. Insomma fa il minimo del lavoro sulla messa in scena, mette in scena il risultato senza il meccanismo, il cazzotto, il bacio o l'amplesso senza la costruzione che li rende epici o significativi. Una sconfortante povertà espressiva che la storia spaccia per ricchezza agitandosi dalle parti dei temi più alti e morendo in un finale che suscita solo rabbia.

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