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21.8.12

Il cavaliere oscuro - Il ritorno (The Dark Knight Rises, 2012)
di Christopher Nolan

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Il cavaliere oscuro il ritorno è un film idealista e chi mal sopporta l’esposizione di un idealismo di ferro avrà dei problemi. La buona notizia però è che nonostante tanta aspirazione verso il buono, il buonismo è sempre scartato e il raggiungimento dell'ideale finale è un’impresa costellata di fallimenti, soprattutto da parte del protagonista.
Tutti i film che hanno attinto all’universo degli eroi da fumetto sono dotati di una morale, è un tratto intrinseco al mezzo di partenza. Nessuno però ha mai avuto la militanza e la tenacia del Batman di Christopher Nolan nel cercare di applicarla. Solitamente la morale è più che altro una buona intenzione, un velo che giustifica le azioni dei personaggi così che li possiamo identificare come “buoni”. Qui è il centro di tutto: sforzarsi di essere apertamente migliore perchè, in tempi di crisi, gli altri si sentano spinti ad essere migliori anch’essi e così si possa cambiare davvero qualcosa.
Quando ci sembra che Nolan abbia fatto film talmente seri che la presenza di persone mascherate quasi stona, è perchè questa saga di Batman è solo fintamente su un uomo che si maschera da pipistrello per elaborare il lutto dei propri genitori. In realtà si parla di cosa ci voglia perchè la gente superi quella paura che la rende meschina verso il prossimo e la risposta (come spesso accade nel cinema) è “il mito”, che nell’universo del film è la figura dell’eroe con la maschera, mentre nel mondo reale è la costruzione mitologica del cinema, cioè il film stesso che, raccontando di un eroe, cerca di ispirare chi ascolta.

Basterebbe questo, a prescindere dalla riuscita dei film, a rendere la trilogia e in particolar modo quest’ultimo film, un esperimento cinematografico tra i più ambiziosi e interessanti. Non certo il capolavoro che molti sbandierano, ma film giustamente ambiziosi e minuziosamente curati. A tutto l'impianto infatti Nolan aggiunge la sua tipica stratificazione narrativa e le diverse linee di racconto trattate contemporaneamente, con una complessità maggiore rispetto al passato che si sente essere figlia del successo di Inception.
Sono molte di più le trame gestite in parallelo (sia nel presente che nei flashback) e la loro alternanza è molto più rapida. In questo modo Nolan riesce a realizzare tanti film diversi dentro ogni capitolo della saga di Batman, così che ognuno trovi qualcosa di proprio gradimento. Oltre alla lotta idealistica, c’è il principio di imitazione per il quale ogni personaggio è tale poichè ispirato in maniera deviante da Batman, c’è il tema dell’umanità che si cela dietro ai simboli, l’esigenza o meno di insabbiare la realtà perchè si creda alla leggenda, la paura come condizione tarpante e movente principale dell’animo umano, una morale politica facile facile sull’abuso dell’idea di rivoluzione dal basso, l’imposizione necessaria dell’ordine e infine i traumi passati che condizionano la vita di tutti.
I film non esistono nel vuoto ma calati nella realtà da cui il pubblico si estranea per due ore e passa e, sebbene difficilmente Goyer e Nolan abbiano voluto parlare di crisi economica, lo stesso il risultato del loro lavoro si collega facilmente alla necessità di mantenere una rotta morale in un tempo in cui tutto il sistema che regge la società sembra sul punto di crollare.

La sorpresa vera però è ciò che stavolta impedisce alla creatura di Christopher Nolan di cedere sul lato della credibilità sentimentale. Anne Hathaway, che ormai ha un diploma in cinema sentimentale, è il corpo attoriale che mancava. Con un'espressività naturalmente sofferente riesce con pochi tratti a comunicare l’infinita tristezza delle scelte del protagonista. Goyer la costruisce benissimo, non la chiama mai Catwoman, gioca con la simbologia felina (gli occhiali quando non indossati sembrano orecchie da gatto) e la utilizza per ridefinire Batman. Prima ne espone la debolezza di 8 anni di inattività, mentre in seguito diventa lo specchio di quell'immensa tenerezza che dovrebbe appartenere anche a Bruce Wayne ma che Bale non è mai riuscito a trasmettere realmente. Fa lei tutto il lavoro e lo fa bene.
Di fronte a questo un pessimo doppiaggio italiano di Bane (Filippo Timi, ma chi ha pensato potesse essere una buona idea??), una serie impressionante e per questo voluta di buchi nel finale del film passano in secondo piano. Perchè ad un film che racconta dell'esigenza e della supremazia del mito sulla realtà non puoi chiedere di essere realistico piuttosto che mitico.
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