20.12.12

Anna Karenina (id., 2012)
di Joe Wright

Share |

Dal momento in cui incontra il conte Vronsky e decide di frequentarlo nel destino di Anna Karenina c'è il fischio di un treno. Lo sapevamo tutti ma nessuno lo aveva mai mostrato in questa maniera, con quest'ossesione e questa preveggenza.
Insistendo sulla morte, sui presagi, sull'ineluttabilità del tragico e sull'essere marionette di un fato inevitabile Joe Wright tenta uno dei più complessi adattamenti del romanzo di Tolstoj, realizzando probabilmente quello più centrato.
Scartando moltissimi elementi e concentrandosi solo su alcuni (tra cui anche tutta la parte più discutibile sul dualismo campagna/città, gli echi della rivoluzione e la storia di Levin) il regista di Espiazione rinuncia alla decostruzione temporale di quel film ma ne abbraccia una spaziale.

Anna Karenina è un film che sembra costruire la propria messa in scena, uno in cui si vedono le maestranze cambiare i fondali per passare da una scena al chiuso ad una all'aperto, in cui i personaggi passano dietro le quinte e si ritrovano in un'altra città. Tutto già visto ma Wright lo porta ad un altro livello, fonde il pratico con il digitale per dare l'illusione di un'unica grande scena che non si fermi mai (almeno fino a tre quarti film), una grande cavalcata in cui i personaggi camminano tra un luogo e un altro (allo stesso modo e con un senso del magico completamente diverso e più invisibile questo già accadeva in Faust), cambiano scena senza stacchi di montaggio ma muovendosi tra un set ed un altro, in modo da  riassumere anche visivamente la storia tra Anna e il conte Vronsky prima all'insaputa e poi davanti agli occhi del generale Karenin. Ambienta il 50% del film in un teatro senza fingere di non essere lì e poi esagera in audacia (e fa bene) portando sul palco anche la corsa dei cavalli con relativo incidente tra palco e platea. Nulla è vero, neanche il vero teatro.

C'è insomma almeno un'ora buona di invenzioni visive che riempirebbero tre film, c'è una ricerca sul sonoro magistrale e l'idea tipica dietro ogni film curato, cioè che ogni elemento della messa in scena possa concorrere al senso generale, ci sono echi futuri, improvvisi salti in avanti e un'attenzione maniacale a mettere in evidenza la falsità del tutto assieme all'artificiosità del racconto. Per dare vita alla tragedia senza senso dell'impossibilità di essere felice della propria protagonista Wright cerca di creare un mondo falso, che respinga ogni realismo per potersi permettere le iperboli e le impennate melodrammatiche di una storia ottocentesca russa (adattata da uno come Tom Stoppard che già rese possibile Brazil).
Il risultato è magnifico, una cavalcata imperfetta che dà forse troppi segni di stanchezza verso tre quarti ma che sa riprendersi nel finale. Probabilmente il più onesto, inventivo ed efficace tentativo di creare un'Anna Karenina buona per il grande schermo senza sminuirne il senso tragico.

4 commenti:

Esponja88 ha detto...

Mi hai messo una curiosità tremenda! Ero convintissimo si sarebbe trattato del solito polpettone in costume (e lo dico da amante del romanzo di Tolstoj)

Gabriele Niola ha detto...

guarda può anche non piacere, ma di certo non è una cosa che ti aspetti

alp ha detto...

non so piu quanti film hanno fatto dal capolavoro di tolstoj... tutti fiacchi, a meno che non si torni indietro fino alla Garbo... qui gia in partenza c'è un'attrice molto moscia... ma d'altronde stoppard è una garanzia...mah.. voglio essere un po' ottimista, via

Gabriele Niola ha detto...

Io l'ho trovato migliore di quello della Garbo che era il classico adattamento con poca fantasia e molta maestria. Questo invece ha moltissima fantasia e Keira Knightely, che di certo non è la Garbo, mi sembra però obiettivamente un volto da Karenina, ne ha la drammaturgia intrinseca, lo sguardo d'altri tempi e i lineamenti duri ma con occhi grandi. Insomma al netto di una recitazione non da coppa volpi è però una scelta di casting perfetta.