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10.2.13

Promised Land (id., 2013)
di Gus Van Sant

CONCORSO
BERLINALE 2013
PUBBLICATO SU 
Steve Butler è uno dei migliori rappresentanti per la Global, l’industria che si occupa di trivellare il sottosuolo ed estrarre i gas naturali, la nuova forma di energia, pulita e sostenibile del nostro futuro. Viene dalla provincia e ne conosce problemi e particolarità, così è in grado meglio di altri di calarsi nel tessuto dei luoghi in cui è inviato, fare amicizia, inserirsi nelle comunità e convincere le persone a concedere la loro terra (in cambio di una quota sui proventi) per le trivellazioni. La sua ennesima meta, un piccolo centro nella Pennsylvania, si rivela più ostica del previsto quando un attivista ecologista comincia a fare controinformazione sui rischi e i danni per l’ambiente che questo tipo di trivellazioni comportano.

Da Elephant& in poi Gus Van Sant ha affiancato al suo cinema sulla gioventù disperata e sbandata anche un filone di rigoroso impegno civile, tanto determinato quanto meno potente e incisivo del resto della sua produzione. Siano le stragi nelle scuole, sia la storia di Harvey Milk, sia infine la questione di stretta attualità dei danni delle trivellazioni per l’estrazione del gas, il regista che una volta raccontava droghe (Drugstore cowboy), arrivismo (Da morire) e disperazione provinciale (Will HuntingParanoid park), abbandona la tenuta punk, infila il vestito buono e redige un atto d’accusa nella forma del più canonico film a tesi.

La questione dei danni ambientali provocati dall’estrazione dei gas naturali (risorsa pulita e sostenibile ma problematica da estrarre) è tra le più importanti ed era già raccontata nel durissimo documentario Gasland, Van Sant a questo aggiunge una storia ruffiana, tra romanticismo e conversione di un uomo a ciò che è giusto, su una sceneggiatura di Matt Damon che purtroppo mostra moltissimi limiti. L’attore scrive per sè un personaggio medio in tutto, anche nei suoi drammi interiori, e orchestra uno scontro di intelligenze tra il navigato rappresentate delle industrie e l’ecologista impenitente non diventa mai davvero tale. Non meraviglia quindi che poi la storia d’amore che dovrebbe spianare la strada alla conversione del protagonista suoni posticcia e forzata, con un colpo di scena e una conversione talmente annunciati e obbligati da non muovere alcun sentimento.

Promised land incappa così nel rischio che corre ogni film che si fa portatore di tesi e ideali con i quali il pubblico, in linea di massima, è già daccordo: dice quello che ognuno vuol sentirsi dire senza aggiungere molto al dibattito e, cosa peggiore, senza operare una reale provocazione che stimoli ad un ragionamento in più sulla questione. Nonostante a sprazzi il regista mostri di voler andare a riprendere la parte più nascosta e meno “di rappresentanza” del paese (volti brutti, uomini derelitti, paesi in disgrazia, popolazione in ginocchio), alla fine non osa mai davvero e conferma certezze, invece che porre nuove domande. Il tutto condito da una storia d’affetti trovati e ritorno alla ragione svogliata e generica, buona per ogni stagione.

2 commenti:

Flavia ha detto...

Ma sono io che sono ormai vecchia o ultimamente tutti i film mi fanno addormentare? Dici che tra un po' inizierò a scartare rumorose caramelle stile over 70?


Gabriele Niola ha detto...

Sei tu che sei vecchia oppure che dormi male


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