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8.3.13

Il grande e potente Oz (The Great And Powerful Oz, 2013)
di Sam Raimi

E' indubbiamente significativo che Hollywood torni a raccontare gli elementi del mito di Oz (un regno lontano, un mago che dovrebbe risolvere tutto con la magia e invece è un truffatore, la scoperta che quel che serve lo si possiede già) di nuovo in un periodo di forte crisi economica. Allora era il '39 e si usciva da quella degli anni '30, oggi ci siamo nel mezzo, allora una bambina non desiderava altro che tornare a casa e per farlo era pronta a tutto, oggi un uomo trova una nuova casa lontano dal Kansas, allora si mostrava che ingannare non serve a nulla, qui si mostra che l'inganno è l'arma più efficace per ottenere il consenso del popolo. I paragoni politici sono insomma così tanti da risultare tutti pretestuosi, forzati, inutili e poco efficaci (anche perchè con Drag me to hell Raimi ha dimostrati di volerli prendere di petto quando serve), l'unico elemento che pare davvero agganciato alla realtà in Il grande e potente Oz è il costante discorso che l'America porta avanti sull'eroismo.
Contrariamente al primo film infatti questo prequel è centrato su un eroe che diventa tale, sul suo percorso e sulla genesi della propria nemesi.

Come già tentato con Alice nel paese delle meraviglie, la Disney rielabora un classico in chiave meno conciliante, stavolta però con un target esplicitamente infantile in mente. Il grande e potente Oz è una favola nel senso più ingenuo del termine, un film che gioca molto con il cinema a livello metatestuale (tutta la prima parte in falso 4:3, la grande risoluzione finale che avviene per mezzo di una forma primordiale di cinema) ma che poi nel senso più superficiale non si vergogna di cercare il facile consenso del pubblico dei bambini.
A loro Il grande e potente Oz racconta la storia di come nasca un mito, di come diventi una figura eroica, acquisti poteri, trovi un luogo da difendere e soprattutto di come, da una propria cattiva azione nasca il suo nemico, ottemperando alla regola per la quale è la presenza dell'eroe a generare la minaccia.

Con un piacere raro nel ricalcare ogni passo del tema principale di Il mago di Oz, variando quel poco che serve sull'impianto di base per spingere il film sul terreno a lui più familiare del fumetto, Sam Raimi pare rinfrancato dal paragone con il modello originale, similitudine che lo spinge a cercare l'innocenza dei personaggi e di certe soluzioni di messa in scena anni '30.
In questo senso è molto ben fatto il 3D, pensato per impressionare, stupire e uscire più volte dallo schermo come un trucco da fiera di inizio '900. In un film tutto centrato sul potere dell'illusione, la terza dimensione è usata come tale, per ammaliare e conquistare il consenso del pubblico come Oz fa con il popolo attraverso il suo proto-cinema.

Tutto ciò è reso ancora più curioso dai molti legami con Avatar, film che non faceva mistero di guardare a quell'idea appartenente a Il mago di Oz di viaggio in un mondo che è nuovo e impressionante proprio per la maniera in cui è filmato. Ora Il grande e potente Oz è un altro viaggio in 3D in un luogo fantastico che si nutre proprio dei paesaggi esotici (perchè inesistenti) e dell'illusione di profondità, dei colori digitali, degli animali creati al computer e di tutto un armamentario fantastico che cerca di usare le nuove tecnologie come fossero fondali anni '30. Un viaggio in cui il protagonista da corpo estraneo diventerà parte del mondo che prima non conosceva salvandone l'integrità da attacchi esterni. 

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