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19.8.13

Starbuck (id., 2013)
di Ken Scott

PUBBLICATO SU 
Dal Canada francofono arriva una commedia che intercetta la grande tendenza del cinema umoristico statunitense per fonderla con la tenerezza e lo stile del cinema europeo. Gli adulti che non sono tali, la mancata presa di coscienza di un mutamento personale e il rifiuto categorico di assumersi qualsiasi responsabilità, visti nell’ottica di David Wozniack diventano non tanto la celebrazione che Hollywood sta perpetrando in questi anni di uno stile di vita e di un tipo di rapporto (quello dell’amicizia virile) ma la deriva esistenziale di un disperato simpaticone.

Starbuck però è anche un film che adotta il punto di vista dei genitori in tutti i sensi, prima nei confronti del protagonista e poi tramutandolo nella propria nemesi, cioè raccontandone la lenta discesa da una categoria all’altra, da eterno figlio a padre di 120 ragazzi.
Purtroppo non controllando a dovere la durata il film si compiace e indugia nella patina modaiola, rimanendo invischiato nella sua dimensione più superficiale. Si compiace di montaggi musicali ruffiani, reitera più volte il meccanismo del padre premuroso che non capisce di esserlo, dipinge una massa di figli in cerca di genitore eccessivamente buoni, pacifici e dalle vite che non attendono che di essere risolte con il minimo sforzo, un campionario di problematiche e difficoltà filiali di immediata risoluzione.

Non si tratta solo di mettere in scena un mondo in cui la buona volontà e i buoni sentimenti risolvono tutto (non ci sarebbe nulla di diverso dal solito) ma di farlo con poco impegno, allungando molto la trama per concedersi sempre una trovata sentimentalista alla buona in più e di farlo partendo dal punto di vista del buon padre di famiglia, costantemente dalla parte dei figli, sempre pronto a giustificarli e scusarli. Ai ragazzi tutte le ragioni al padre tutti i torti.
E’ indubbio che Ken Scott scriva e diriga con grande abilità e conoscenza dei meccanismi che facilitano la digestione del film da parte del pubblico meno chiaro è quanto voglia essere sincero e quanto assegnare le colpe. In questo modo lo spunto al limite del favolistico del centinaio e più di figli in cerca di un padre che a loro insaputa prende timidamente contatto con loro, spiandoli come dal buco della serratura, avvicinandosi per gradi e tentando ingenui approcci, serve alla perfezione l'intento di creare una commedia che scaldi il cuore, ma non è mai affrontato con la serietà, la complessità e la ragionevolezza che avrebbero potuto animare un film in grado anche di dire qualcosa di sincero e credibile sull'essere umani.

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