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27.9.13

La fine del mondo (The world's end, 2013)
di Edgar Wright

PUBBLICATO SU 
La commedia americana dell'ultimo decennio ha esplorato l'amicizia tra uomini in maniera inedita, ma è stato l'europeo Edgar Wright a farlo nella maniera migliore, con una potenza sentimentale che Hollywood ha lasciato intravedere giusto nel finale di Superbad.
Senza far spoiler La fine del mondo ha la grazia e l'originalità di chiudersi con la medesima morale di Stand by me ("Non ho mai avuto amici come quelli che avevo ad 8 anni. Ma del resto chi può dire il contrario?") ma senza bisogno di dirlo, solo con una fantastica immagine in stile Mad Max, in questo non allontanandosi per nulla (anzi!) dal commovente frame bromance che chiudeva il primo capitolo della trilogia del cornetto.

La storia di La fine del mondo è ben spiegata dal trailer e comunque è meglio ignorarla prima di cominciare a vedere il film, perchè una delle cose più importanti per la trama scritta da Wright e Pegg è palesemente il reiterato effetto sorpresa dato dal continuo peggiorare della situazione e dal trasformarsi della trama in generi sempre diversi. L'unico filo conduttore vero infatti è il progressivo peggiorare della situazione dei protagonisti in armonia con il loro stato alcolico e l'idea di dover affrontare situazioni sempre più incredibili con sempre più alcol in corpo è già di per sè di un dinamismo straordinario. Quel che accade dopo spingerà i presupposti iniziali ancora più in avanti fino all'iperbole massima.
Ma non è tanto il divertimento o la scrittura a rendere i film di Wright il miglior esempio di cinema libero da qualsiasi dogma o condizionamento, quanto la perizia e l'abilità tecnica del regista, l'unico che sappia divertirsi con la messa in scena ad un simile livello, fondendo tutti i generi, con la massima padronanza dei suoi elementi. Wright non prende in giro il cinema d'azione, l'horror, il fantastico, il sentimentale o la fantascienza ma effettivamente li fa (si vedano le coreografie delle risse nei pub) e benissimo, contaminandoli con delle gag. 

Come in L'alba dei morti dementi anche qui Wright e Pegg prelevano dalla storia del cinema dei villain archetipici (lì erano gli zombie) per sostenere che non siamo poi così diversi, cerchiamo di non farci contaminare ma forse a modo nostro già siamo diventati come loro, che è la stessa cosa che dice il cinema quando li mette in scena: "Questi mostri possono essere il nostro futuro". E in questo senso La fine del mondo riesce a chiarire ancora meglio degli altri film come per Wright sia la società nel senso di "inquadramento", l'elemento che distrugge la vitalità umana. E' quella che ha trasformato Shaun in uno zombie (come si vede dalla prima scena) e quella che in questo film ha reso i ragazzi (tutti tranne uno) degli adulti equilibrati e privi di vita. Una sete di vita per conquistare la quale il regista è pronto anche ad arrivare alle più estreme delle conseguenze possibili, tutto per lui sembra meglio che vivere come un bancario o un venditore di case con l'auricolare bluetooth sempre acceso.
La conquista di un lavoro e di una stabilità familiare sono insomma di nuovo il blocco che frena sentimenti autentici come l'amicizia ed è divertente come, in quest'ode allo stato di ebrezza, sia l'alcol a liberare i protagonisti (di cui Nick Frost è il simbolo più evidente) e in assoluto a far vincere i buoni (se di vittoria si può parlare) in un clamoroso confronto finale tra il massimo del razionale e il massimo dell'ubriaco.

Nessuno ad oggi scrive queste cose, nessuno le mette in scena in questa maniera. Nessuno in sostanza cerca di volare così alto e affonda le mani nell'introspezione tipica della tradizione europea, riuscendo contemporaneamente a girare un film dalla patina commerciale delle migliori produzioni americane. Solo Edgar Wright.

2 commenti:

genna ha detto...

Recensione straordinaria.
Hai evidenziato in pochi paragrafi i molteplici livelli di lettura del film, facendomi scoprire quelli che mi ero perso :)
Non avevo realizzato quanto fosse forte e radicale il messaggio sul valore dell'amicizia, contrapposta alla spinta anti-vitale del connubio matrimonio/lavoro, e la decisa presa di posizione che il film prende in tal senso.

SPOILER

Basti pensare che le dipendenze di Gary sono dipinte come un naturale e addirittura giustificato modo per alleggerire la sofferenza dovuta alla perdita dei proprio amici.
Dipendenze altresì non necessarie (vedasi il finale)

FINE SPOILER.

Se i "soliti" bacchettoni non fossero i superficiali che sono punterebbero sicuramente il dito pesantemente verso questo film, portatore di un vero messaggio "destabilizzante" per la nostra società "cattolica", piuttosto che verso altri solo esteriormente provocatori.
Edgar Wright re dei Troll :)


Gabriele Niola ha detto...

Sai alla fine ognuno ci vede quello che ci vuole vedere


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