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11.12.13

Blue Jasmine (id., 2013)
di Woody Allen

Ogni volta che si fa serio Allen comincia a giocare con la testa, la sua, quella dei suoi personaggi e la nostra. Nel suo cinema le idee più austere e dure, quelle che per essere dette non ammettono troppa ironia, si presentano sempre nella forma di un racconto che forza la differenza tra realtà e sogno, tra memoria e presente o anche tra normale e paranormale. C'è bisogno di trascendere il racconto tradizionale per dire certe cose.
Jasmine sta malissimo, il tracollo della sua vita l'ha distrutta psicologicamente e sta cercando di riprendersi in qualche maniera. Per raccontarlo Allen imbastisce una grande seconda occasione puntellata da flashback, cioè i ricordi spiacevoli di quel che è successo con il primo marito, tutti prontamente scatenati nella testa di Jasmine (e davanti ai nostri occhi quindi) da un elemento del presente. E' quindi seguendo le bizze della sua testa e come riporti a galla i ricordi che seguiamo la storia di come si sia trasferita a S. Francisco dalla sorella per tentare di ricominciare a vivere.

Attraverso il contrasto tra ricordo e sua rielaborazione Blue Jasmine si svela come uno dei migliori ritratti umani della galleria di Woody Allen, oscillando tra presente e passato, cioè tra verità e bugia. Jasmine, che in realtà si chiama Jeanette, mente di continuo a tutti, se stessa compresa (e spettatori compresi!) e la sua caratteristica più evidente è di essere distrutta. Psicologicamente, umanamente e soprattutto fisicamente, Woody Allen scrive e Cate Blanchett interpreta la personificazione della rovina e della malattia mentale che deforma i lineamenti del viso.
C'è in Jasmine e nei suoi momenti peggiori (quando l'alcol, le medicine, la depressione e il caso si abbattono su di lei) una disperazione unica che passa dal naso, dai capelli e dalle labbra a pezzi, l'evidente maschera umana della miseria interiore. Cate Blanchett non recita, diventa. Non pronuncia battute nè fa espressioni ma cambia il suo corpo per diventare la falsità, la spensieratezza, l'incuria come anche l'invidia e la paura.
Infatti Jasmine può essere bellissima e di gran classe quando è in forma ma un autentico mostro, deforme e brutale quando è a pezzi. Il mostro della colpa.

C'è veramente tantissimo in questo nuovo film di Woody Allen, bellissimo come pochi altri della sua fenomenale filmografia. Girato con inedite videocamere che fluttuano e consuete camminate sulla spiaggia ventosa, questa piccola parabola in stile ebraico (c'è tantissimo del caos dei fratelli Coen, oltre a Michael Stuhlbarg) sulla potenza caotica della realtà, l'impossibilità di prevederla o comandarla e come si abbatta sugli individui senza un vero perchè (era così anche Match Point, alla fine il destino bussa alla porta e può essere a tuo favore come contro di te, comunque non ci puoi fare nulla) gira ancora una volta sul tema della colpa ma più che raccontare un percorso di elaborazione o di fuga dalle pene, la vuole rappresentare fisicamente. Jasmine nei suoi momenti peggiori pare essere essa stessa lo spettro della colpa, mortificata nel corpo e nel volto fino ad annullare tutto quello che conoscevamo di lei nella versione più salubre e solare. Consumata dai ricordi che la ossessionano, asciugata dalla disperata esigenza di possedere lo status che aveva conquistato, al pari di un cattivo disneiano è una splendida donna resa orribile dalla sua interiorità. Come nell'animazione la colpa che affligge i suoi pensieri diventa un'evidenza del suo corpo più che delle sue parole o delle sue intenzioni.

E forse è questo il vero segreto di Blue Jasmine: la maniera in cui parlando della maniera in cui le colpe incombono sulle persone Woody Allen riesca nell'equilibrismo di rappresentare un personaggio caratterizzato dalla sua odiosità, dalle incongruenze, dall'ipocrisia e dal disinteresse in chi gli è più vicino per farlo odiare al pubblico e poi provare lo stesso vicinanza ad esso, senza pensare mai, nemmeno per un momento, di farlo redimere. Un contrasto che fa apparire il suo referente più prossimo, Blanche DuBois, un angioletto.
Jasmine non migliora mai lungo tutta la storia, forse non è mai migliorata in tutta la vita, riusciamo a vederne tutta l'aberrante miseria eppure sono innegabilmente contagiose la prossimità e la compassione con le quali Woody Allen la guarda. Non c'è quella distanza con cui guardava i fratelli di Sogni e Delitti o l'arrivista di Match Point, nemmeno quella dei Crimini e Misfatti di anni fa ma più quella sincerità e adesione di Interiors o Settembre, quella dei suoi film più sentimentali e non dei più truci. Questa donna, la cui orribile personalità può mascherarsi da splendore come svelarsi in una bruttezza che fa pensare alla mancanza di salute più che alla deformità, è guardata con un affetto che nella realtà sarebbe impossibile, che nessuno avrebbe davvero per questa stronza. Solo al cinema.
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