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17.5.14

Captives (id., 2014)
di Atom Egoyan

CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES 2014

PUBBLICATO SU 
La cosa migliore del cinema di Atom Egoyan è la paura del rapimento che pervade le sue opere, il terrore che possa accadere all'improvviso qualcosa che turbi tutto il turbabile e che non se ne vengano mai a sapere le ragioni o le cause ultime, nonostante anni di battaglie e sofferenza a cui si viene condannati. Dei rapimenti, degli omicidi e dei casi cardinali da giurisprudenza ad Egoyan piace indagare lo sgomento con cui le persone coinvolte vivono per anni. A braccetto con la giustizia ma mai davvero confortati.
Per questo a fronte dei nomi in cartellone e del richiamo qui il vero protagonista è il solo Ryan Reynolds, che tra tutti è il più martoriato. Non la solita mamma in pena quindi ma un padre con senso di colpa (è lui che ha lasciato per un paio di minuti la figlia di 10 anni in macchina il giorno del rapimento). E stupisce che proprio quest'attore solitamente incolore incarni bene la disperazione di un'odissea compiuta su e giù sempre per le stesse strade. Otto anni a cercare, otto anni a sentirsi dare la colpa, otto anni a sperare.

Il resto del film è una storia decostruita, in modo che non ci sia una sviluppo lineare, quindi non un crescendo o decrescendo sentimentale ma una serie di episodi degli 8 anni di ricerche, che confondono molto la percezione (non si capisce sempre bene cosa venga prima e cosa dopo) per creare l'idea di una ricerca sempre uguale a se stessa, un lasso temporale nel quale gli stessi protagonisti non saprebbero dire quando si sono svolti certi eventi tanto pare che nulla serva a niente, nulla cambi, nulla si evolva.
Come in Devil's Knot (e in Prisoners a cui già quel film guardava mentre questo sembra ricalcarne vagamente alcune idee della trama), i prigionieri sembrano essere più le persone che cercano che il vero scomparso. Prigionieri di una vita condannata a cercare senza che si smuova mai nulla.

A fronte di tutto questo però Captives fa anche di tutto per annullare le buone idee, perchè decide di mostrare l'altro lato (la prigionia) dipingendo un cattivo ridicolo (interpretato in maniera ancor più ridicola da Kevin Durand con improbabili capelli bianchi), senza riuscire mai a trovare il tono migliore per quelle scene (indecise tra ingenuità e terrore, tra comprensione e condanna), opta per uno svolgimento molto drammaturgico senza azzeccare mai i colpi e centra l'obiettivo solo nella risoluzione finale, una volta tanto controcorrente.
E' incredibile quanto in questo film facciano più i viaggi inutili in paesaggi infami innevati o incontri quasi onorici nel bianchissimo della neve, che una scena madre o i momenti in cui vengono sciolti gli intrecci. E non è sempre una cosa buona.

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