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19.5.14

Le meraviglie (2014)
di Alice Rohrwacher

CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES 2014

PUBBLICATO SU 
Il pregio maggiore di Le meraviglie è quello di raccontare un gruppo di personaggi che sembrano non venire da nessun altro film italiano, il suo difetto più grande è di non scegliere di approfondire davvero nessuna delle loro storie.
Una coppia post-hippie che ha deciso di spostarsi in campagna e fare un lavoro contadino, vive con 4 figlie femmine (solo una quasi adolescente, le altre sono bambine) e non poche difficoltà economiche che provano a risolvere prima prendendo con loro un 14enne criminale che il riformatorio vorrebbe riabilitare attraverso il lavoro (le bambine non possono lavorare come farebbe un maschio della loro età) e poi partecipando ad un programma televisivo sulle realtà contadine, intitolato Il paese delle meraviglie.

Scegliendo gli anni '90 come ambientazione e condendo la storia di diversi riferimenti culturali d'epoca, Alice Rohrwacher non nasconde di affrontare una storia biografica (lei e la sorella Alba, qui nel ruolo della madre, sono realmente cresciute in una specie di fattoria con un padre tedesco e il desiderio di fuggire) e inevitabilmente quel rapporto che negli anni trattati cominciava a legare persone e televisione, uomini e la loro rappresentazione attraverso i media. Per i protagonisti la tv è una possibile fonte di guadagno, per le bambine un sogno che le allontani dalla realtà contadina, fatta sostanzialmente di lavoro e di una continua pressione (ogni errore potrebbe far tracollare il delicato equilibrio economico).

In tutto questo ciò che funziona meno purtroppo non sono i protagonisti (interessanti e come si diceva non banali) ma gli eventi che li coinvolgono. Una fuga, un pericolo, una crisi e qualche decisione da prendere, Alice Rohrowacher (anche sceneggiatrice) non si proibisce nessun luogo comune purtroppo e quando prova a metterli a frutto sfocia in un paio di sequenze oniriche in stile Lee Chang-Dong mal integrate al resto del film che invece di stupire per lo scarto dal resto del realismo (come nel cineasta coreano) sembrano totalmente fuori contesto. L'impressione è che anche le scene madri non abbiano la forza che il film vorrebbe avessero, che siano traboccanti di metafore un po' insistite e didascalice e che non riescano ad elevare questi personaggi da interessanti a paradigmatici. 
Purtroppo la crepa in quel che ci aspettiamo da un film italiano creata dai presupposti del film non è allargata fino a diventare una voragine di piacere filmico dal resto della storia.

Il simbolo perfetto dell'uso scialbo di idee buone che il film fa è la trovata sensazionale delle api che escono dalla bocca. La figlia che più di tutte è protagonista della storia, ha talmente tanta confidenza con le api da essere capace di metterle in bocca e farle uscire piano piano, fino a farle camminare sul proprio viso. La cosa clamorosa è che questo viene fatto sul serio e non con un effetto speciale. Un'immagine impressionante tra Lynch e Mario Bava che uno sceneggiatore degli anni '40 o '50 avrebbe usato al culmine emotivo, come punta di un climax clamoroso ma che anche in una struttura più moderna poteva risultare clamorosa invece è mostrata senza enfasi e senza puntarci troppo, privandola di molti dei possibili significati che poteva avere.

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