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17.6.14

Rompicapo a New York (Chinese Puzzle, 2013)
di Cedric Klapish

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Nel terzo film della serie partita con L'appartamento spagnolo e proseguita con Bambole russe, diventa ancora più centrale quell'elemento che in precedenza era latente, ovvero il tempo nel suo doppio svolgersi, come tipico del genere di film generazionale contemporaneo cui appartiene. Più come l'Antoine Doinel di Truffaut che come Jesse e Celine di Prima dell'alba, Xavier attraversa un tempo superiore a quello effettivamente trascorso tra film e film. 11 anni fa usciva L'appartamento spagnolo ma nel terzo film sono passati 20 anni da quegli eventi e i protagonisti sono quarantenni. In questo senso manca una caratteristica determinante dei film di Richard Linklater: l'identità tra il tempo del racconto e quello passato sui volti degli attori e soprattutto nella vita degli spettatori.
Nei film di Klapish il tempo è una misura arbitraria. Si tratta dei giorni nostri quelli in cui è ambientato ogni film eppure essi scorrono diversamente per i protagonisti, in un distacco dagli attori e dagli spettatori che aumenta il carattere di finzione della storia.

Non a caso tutti e tre i film hanno un andamento antirealistico, fatti incredibili si susseguono in brevi tempi, vediamo passare mesi e mesi in circa due ore con implausibili iperboli. È insomma una trilogia più precipuamente filmica, in cui l'artificio regna e i forti spunti di realismo (da instant movie) sono stemperati da convenzioni filmiche altrettanto presenti.
Non sempre tutto fila, anche se in quest'ultimo film sembra finalmente essere arrivata la vena creativa migliore, tuttavia anche nei momenti meno riusciti Klapish riesce sempre a catturare l'essenza di un racconto unico: quello di una generazione formata da una forte esperienza internazionale, che espande i propri legami ad altre lingue, culture e paesi e sostanzialmente abbandona la propria origine in una maniera nuova, per abbracciare un lieve nomadismo. Il primo film a Barcellona, il secondo in giro per l'Europa, il terzo in un altro continente ma sempre tutti insieme.

Per questo Rompicapo a New York è forse il più riuscito dei 3 film, perchè esagerando e lavorando su un'età lontana dalle follie giovanili riesce a mettere in scena l'anacronismo connaturato al continuo rimettere in scena una vita di gruppo che nasceva studentesca ma sembra perpetuarsi uguale anche nell'età genitoriale. Imparando a fare esperienze e vivere una dimensione intima e personale assieme a persone che non hanno nulla a che vedere con il proprio background Xavier, l'esemplare archetipo del ragazzo dei primi anni 2000 (formatosi all'estero assieme a persone nella sua stessa situazione, non appartenenti al luogo che abitano), sviluppa una famiglia alternativa, una radice che non ha nulla a che vedere con quella primaria legata ai luoghi natali ma che è mobile e fa mostra di sè a prescindere dai luoghi, assecondando solo la presenza dei membri essenziali della famiglia alternativa.
Raccontare questo (una nuova forma di relazione e un nuovo modo di abbandonare la prima "heimat" senza necessariamente sceglierne una seconda) e farlo con un piglio giovanilista che solo parzialmente stona anche a 40 anni è un merito che rende commoventi anche le trovate meno fantasiose e più grossolane.

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