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28.8.14

Birdman or The unexpected virtue of beign ignorant (id., 2014)
di Alejandro Gonzales Iñarritu

CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

PUBBLICATO SU 
Lungo tutto Birdman scorre un grande assolo di batteria. Non è una metafora, è proprio così. Gran parte della colonna sonora è un assolo di batteria, un contrappunto incalzante che ben si sposa con i lunghi pianisequenza del film nei quali un attore (una volta famoso per aver interpretato un supereroe, ora in disgrazia) cammina dentro un teatro di posa in 4 giorni di prove frenetiche, violente e assurde dello spettacolo teatrale che ha anche adattato e diretto per giocarsi l'ultima carta. C'è una voce che parla dentro di lui, è quella di Birdman, il personaggio che interpretò, gli parla e lo compiange, lo pungola perchè altri (come Robert Downey Jr.) hanno il successo che dovrebbe avere lui, quello nel cinema che incassa non in queste cretinate intellettuali da 4 soldi.
Ah, oltre a sentire le voci il protagonista sposta oggetti con la mente, ma nessuno lo sa.

La compenetrazione tra tensione, lunghe camminate e dialoghi in steadycam, gli inserti digitali in un film molto realistico, oltre alla confusione tra ciò che è reale e ciò che non lo è, ciò che sta nella testa del protagonista e ciò che invece è concreto (speculare all'identificazione tra personaggio e ciò che interpreta sul palco), mettono Birdman nella medesima categoria di Il cigno nero di Aronofsky, solo che il film di Iñarritu è vivace, divertente, sagace e al disperato squallore della vita dei protagonisti (un dramma che in nulla è edulcorato) accosta anche un umorismo di quelli in grado di rompere un pianto grazie al grottesco. 
C'è un attore che vuole dare un senso alla sua vita, è distrutto dall'aver perso tutto e desidera tornare quello di quando faceva Birdman (ricco e famoso), per farlo si gioca tutto (soprattutto i soldi) in un unico spettacolo, ovvero la prima di quest'opera che ha adattato alla quale sarà presente il critico del Times, "l'unico spettatore che conti" nelle parole di Edward Norton, il grande interprete che prende al suo fianco, vendendo una casa per pagarlo, senza considerare che come fosse Klaus Kinski risolverà molte scene ma creerà problemi fuori dalla grazia di Dio.

E' facile notare come Micheal Keaton effettivamente abbia raggiunto il suo apice interpretando un supereroe dal nome simile a Birdman (anche le date menzionate nel film coincidono), che Edward Norton realmente sia noto per creare non pochi problemi sul set e che anche Emma Stone (che qui è la figlia di Keaton) è nel giro del cinema di supereroi. Come in The Congress e I vicini di casa alcuni attori interpretano una versione distopica di se stessi e il film stesso vuole guardare al cinema che più incassa oggi, confrontandolo con lo stereotipo del suo opposto (il teatro tratto da un racconto di Carver) per raccontare il senso di molto di quel che si fa e come per fare qualcosa per finta in maniera eccellente occorre farla per davvero.
Il protagonista eccede in realismo sul palco e molte delle battute del suo personaggio sembrano riferirsi alla propria vita, la sovrapposizione di piani tra Micheal Keaton, Riggan Thomson (il personaggio) e il ruolo interpretato nello spettacolo teatrale è molteplice, complessa e goduriosa anche se il ritmo furioso la rende leggera. 

Birdman è un film da vedere più volte, un po' effimero se visto da lontano, nel complesso di una riflessione non sempre precisa e soprattutto chiusa da una serie di finali non eccezionali, ma anche estremamente riuscito nei suoi piccoli momenti. In più d'un dialogo e in più d'una scelta visiva ci sta un senso concreto e tangibile di difficoltà nel vivere, un grido d'aiuto disperato del protagonista che non è mai sfacciato ma sempre nascosto da un certo pudore dei sentimenti più intimi che è contagioso, senza contare che in ogni piega della storia sembra far capolino la realtà, come se Birdman raccontasse del making di Birdman (che poi sia così sul serio ad un certo punto non importa nemmeno più).
Tra le seconde linee del film Zach Galifianakis fa un lavoro eccezionale. Di solito gli attori comici quando sono alle prese con ruoli seri esagerano in dramma, come a compensare, lui invece no è misuratissimo e perfetto. Un attore vero.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Niola, riuscirebbe a spiegarmi per quale motivo l'iperrealismo e le rughe di Michael Keaton mi sono sembrate straordinarie, mentre il 4K de lo Hobbit è inguardabile?
Paolo


Gabriele Niola ha detto...

Bisognerebbe prima capire perchè le due cose sono in opposizione tra loro. Il 4K di Lo Hobbit è un dato oggettivo che si applica ad altri film (compreso Birdman, in molti cinema proiettato in 4K), semplicemente la risoluzione dell'immagine e la sua conseguente maggiore qualità, che non significa niente in termini di qualità del contenuto, mentre le rughe di Keaton, in sè, sono una scelta espressiva, un dato messo in evidenza e quindi "significativo".

O si potrebbe anche dire che esiste una naturale tendenza alla prossimità di quello che percepiamo come più vicino a noi (le rughe, cioè l'invecchiare, contro una soluzione tecnica)


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